Registrato a Siena – 2013
Appunti lezione 5
La battaglia nella mente
Lezione 5
Passività, simbiosi e manipolazione
Fondazione Cantonuovo • Maurizio Tiezzi
1. Il punto di partenza
Il Salmo 8 dice che Dio ci ha coronati di onore e di gloria, che ci ha fatti poco meno degli angeli — la parola ebraica è Elohim — secondo la sua immagine. Eppure trascorriamo la maggior parte del tempo a svalutare noi stessi e la nostra capacità di vivere secondo Dio.
La domanda è questa: chi di noi è davvero convinto di avere un potenziale completo, al quale non manca nulla per pensare come pensa Dio, per sentire con i suoi stessi affetti, per prendere decisioni sagge? Quella capacità c’è dentro di noi. Eppure la svalutiamo continuamente: gli affetti, i pensieri, le decisioni, le funzioni stesse del nostro spirito.
E quando ci svalutiamo, non facciamo solo un torto a noi stessi: diciamo a Dio che si è sbagliato. Lui ci ha creati — nessuno di noi ha scelto di nascere, nessuno ha scelto questo corpo, questa voce, queste mani — e se ci consideriamo gente di poco valore, allora colui che ci ha creati non c’ha capito niente. Questa è la logica della svalutazione: un pensiero superbo, esattamente il tipo di pensiero che Paolo dice dobbiamo abbattere, perché ci pone al di sopra di Dio.
Ma c’è di più. La svalutazione non è solo un errore cognitivo: è il meccanismo che genera simbiosi e che le mantiene in vita. Quando ci consideriamo mancanti di qualcosa da un punto di vista esistenziale, escludiamo Dio — perché non si può avere fiducia in qualcuno che, si pensa, si è sbagliato su di noi — e andiamo a cercare altrove quello che ci serve per sopravvivere. Non da Dio, ma da altre fonti. Questo è il tema: la simbiosi, la passività, la manipolazione.
2. La simbiosi
2.1 Definizione
La parola viene dal greco sun-bios: vita insieme, unita. Una definizione precisa è quella dello studioso Schiff:
Definizione di simbiosi (Schiff) Quando due o più persone si comportano come se insieme formassero una sola persona intera. |
La persona simbiotica non riesce a dire “io sono capace di pensare”, “io sono capace di sentire”, “io sono capace di decidere”. Quando una persona rinuncia a esprimere in pieno pensiero, sentimento o decisione, tende a cercare qualcuno che lo faccia al posto suo. E quando due persone che si ritengono incomplete in parti diverse si incontrano e si scelgono, formano insieme una sola persona. Si completano a vicenda, in un modo però disfunzionale, che non è la comunione santa di cui parla il Signore.
Quella simbiotica è un’unione che può vivere sotto pena di morte: se uno dei due se ne va, l’altro muore. Non metaforicamente: lo sente letteralmente così, perché gli manca la sua metà.
2.2 Simbiosi naturale, fisiologica, sana
Esiste una forma di simbiosi che è naturale, fisiologica, sana. È quella tra il bambino e la madre. Il bambino non ha ancora sviluppato le capacità che la madre ha e che lui avrà: lei le esercita per lui finché non le raggiunge in autonomia. Quando il bambino è in grado di fare qualcosa da solo, la madre non lo fa più al posto suo. Lo accompagna, lo sostiene, ma non vive più quella funzione per lui.
La simbiosi è fisiologica finché accompagna la persona, nel suo sviluppo cronologico, verso l’autonomia. Quando il ragazzo è cresciuto, i genitori non devono più fare le cose al suo posto: se lo fanno, possono attivare una simbiosi patologica o disfunzionale.
2.3 Simbiosi patologica
La simbiosi patologica o disfunzionale è il tentativo di vivere quella fisiologica senza averla mai realmente lasciata — perché ci sono bisogni legati allo sviluppo che non sono stati soddisfatti nell’infanzia. C’è sempre la tendenza a voler ricreare quella situazione simbiotica per soddisfare i bisogni rimasti insoddisfatti. È per questo che molte volte si ricercano nel partner le cure amorevoli che sono mancate dalla madre, o la guida forte e sicura che non c’era nel padre: non per scelta consapevole, ma come eco di una fame antica.
2.4 La simbiosi nella religione
La simbiosi trova un suo campo di applicazione nella religione — intendendo con questo termine quel sistema adattivo della mente che l’uomo costruisce per far fronte alle contingenze della propria vita, non la relazione intima con Dio.
Nella religione si può delegare la propria vita spirituale ad altre persone. I delegati non aiutano le persone ad avere una relazione con Dio: ce l’hanno al posto loro. Qualcuno ha compiuto un rito, qualcuno ha pregato, qualcuno ha fatto quello che io avrei dovuto fare in autonomia — e così sono dispensato dal farlo. Questo è un trionfo della svalutazione, della simbiosi e della passività. Gesù ci ha riaperto la via della relazione con il Padre, lo Spirito Santo è in noi: e noi, invece di vivere quella relazione nell’intimità, la deleghiamo ad altri perché la vivano al posto nostro.
3. La passività
La passività è il comportamento con cui la simbiosi si manifesta e si mantiene. La svalutazione è il meccanismo che crea i presupposti; la passività è il modo in cui tutto questo si incarna nelle azioni quotidiane.
Per capirlo: se ho deciso di non saper ragionare, ho bisogno di qualcuno che ragioni per me. E perché quella relazione funzioni — perché l’altra persona continui a farlo al posto mio — devo restare passivo nell’intelletto. Altrimenti mi metto a ragionare, funziono e smentisco tutto il mio sistema.
Il comportamento passivo Si attuano situazioni interne ed esterne per evitare una risposta autonoma e per soddisfare i propri bisogni nella relazione simbiotica. |
Questi sono i comportamenti passivi:
Astensione: non fare nulla, stare fermi, non intervenire. È la forma più diretta di passività.
Iperadattamento: adattarsi alle opinioni, alle decisioni, alle preferenze, agli ordini, ai divieti altrui. Il fine non è il rispetto: è avere qualcuno che viva per me.
Agitazione: comportamenti ripetitivi e continui — tamburellare le dita, muovere le gambe, ripetere gesti — che assorbono energia senza produrre pensiero, sentimento o decisione. Tutta l’energia è diretta a non pensare, non sentire o non decidere. È un sintomo utile: ci aiuta a riconoscere quando siamo passivi.
Incapacitazione: fare da sempliciotti, non capire, cascare dalle nuvole. È il modo di dirsi e di dire agli altri: ho bisogno di te, non ce la faccio da solo. Un meccanismo per rafforzare le proprie convinzioni di incapacità e mantenere la dipendenza.
4. Grandiosità e giustificazione
Il simbiotico passivo tende a due movimenti opposti e complementari: esagerazione o svalutazione. Esagerare il valore e la potenza di tutto ciò che sta fuori di sé bilancia la percezione di essere inadeguati: più tutto il resto è grande, più sono giustificato nella mia piccolezza.
Questo non è casuale: è una coerenza di sistema. Ho deciso che non valgo — e tutto quello che faccio deve essere coerente con quella decisione, deve sostenerla. Se tutto il resto è grande, potente, insormontabile, io sono piccolo, impotente. E allora non ho responsabilità.
È una teoria della giustificazione: il mondo è così grande, il sistema è così potente, le circostanze sono così avverse — che sono perdonato per non fare nulla. Intere vite vengono trascorse a sostenere questa struttura: ho deciso di non valere e tutto ciò che faccio deve confermare quella decisione. Altrimenti cade il castello e non si sa più chi si è.
Il pensiero contrario è il pensiero di Dio che ci invita a pensare e credere che: “Tutto posso in colui che mi dà forza” e che siamo coronati di gloria e onore.
5. La manipolazione
Chi ha deciso di vivere in modo simbiotico — passivo, svalutato e svalutante— ha bisogno di trovare la propria metà e poi di mantenerla. Ma la realtà non è sempre cooperativa: il potenziale prima o poi affiora, le situazioni cambiano, qualcosa non torna. Ed è lì che entra in gioco la manipolazione.
La manipolazione è quell’azione con cui si gioca psicologicamente sulle persone e sulle situazioni per far tornare le carte in tavola a proprio favore. Come un tempo si sintonizzava la frequenza della radio in macchina: la perdevi continuamente e dovevi riagganciarla. Chi ha deciso di vivere passivo deve continuamente aggiustare la frequenza delle situazioni perché tornino coerenti con il suo sistema. Gezabele era maestra in questo.
6. Acab e Gezabele: un paradigma biblico
La storia di Acab e Gezabele nel primo libro dei Re è un caso di scuola sulla simbiosi, passività e manipolazione.
La presentazione dei due
1 Re 16,29–33 Acab regnò su Israele ventidue anni. Fece ciò che è male agli occhi del Signore, peggio di tutti i suoi predecessori. Prese in moglie Gezabele, figlia di Et-Baal, re di Sidone, e si mise a servire Baal e a prostrarsi davanti a lui. |
Già in queste prime battute emerge il carattere passivo di Acab: un re che si fa invadere da un sistema di riferimento di morte, assumendo i valori, adorando gli dei della moglie e dipendendo totalmente da lei. Il re di Israele porterà in disgrazia tutta la nazione.
La fuga di Elia
1 Re 19,1–4 Acab riferiì a Gezabele ciò che Elia aveva fatto e che aveva ucciso di spada tutti i profeti di Baal. Gezabele inviò un messaggero a Elia: se domani a quest’ora non avrò reso te come uno di quelli. Elia, impaurito, si alzò e se ne andò per salvarsi. |
Il re non c’è in questa storia. È Gezabele che comanda, che agisce, che minaccia. Il grande Elia — quello che aveva eliminato ottocento sacerdoti di Baal, quello che nella trasfigurazione sul Tabor appare con Mosè — si impaurisce a tal punto da fuggire nel deserto e chiedere a Dio di farlo morire. Questa donna, sostenuta da poteri demoniaci, aveva un’influenza capace di mettere sotto scacco anche il profeta.
La vigna di Nabot
1 Re 21,4–7 Acab se ne andò a casa amareggiato e sdegnato. Si coricò sul letto, si girò verso la parete e non volle mangiare. Entrò da lui la moglie Gezabele e gli domandò: Perché mai il tuo spirito è tanto amareggiato? … Tu ora eserciti il regno su Israele? Alzati, mangia. Te la darò io la vigna di Nabot. |
Il re di Israele, di fronte a un giustificato rifiuto da parte di un suddito, si corica, si gira verso la parete, non mangia. Si comporta come un bambino che ha subito un torto e aspetta la madre che provveda. Gezabele risponde da genitore: prende in mano la situazione, falsifica il nome del marito sulle lettere, fa accusare Nabot, il suddito in parola e lo fa lapidare. Acab va a prendersi la vigna.
1 Re 21,25 In realtà nessuno si è mai venduto a fare il male agli occhi del Signore come Acab, istigato dalla propria moglie Gezabele. |
Il re di Israele ha ceduto ogni funzione di pensiero, valutazione e decisione. Ha svalutato se stesso al punto da essere completamente passivo. Ha cercato nella moglie un genitore che provvedesse per lui. E Gezabele ha vissuto la sua vita al posto suo, manipolando ogni situazione per mantenere quella dinamica.
7. Gesù favorisce l’autonomia dando potere
Il diavolo toglie il potere e vive la tua vita al posto tuo. Gesù dà potere ed è con te mentre collabori con lui. Emmanuele non significa “Dio è al posto nostro”: significa “Dio è con noi”. C’è una differenza abissale. Dio attribuisce capacità, talento, potere. Non li toglie: quello è il lavoro delle tenebre.
Mt 28,18–20 Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque… |
Non: andate e aspettate che faccia io. Andate — vi ho dato il potere, la delega di agire nel mio nome. Siamo suoi amministratori su questa terra, ambasciatori del suo regno, suoi familiari collaboratori.
Mt 10,1.8 Gesù diede loro il potere di scacciare gli spiriti immondi e di guarire ogni sorta di malattie … Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demoni. |
Non li manda come esecutori di riti: li manda con una delega di potere reale. In Marco 3 li chiama perché stessero con lui e quando sono pronti li manda. È il modello del padre e del maestro che accompagnano verso l’autonomia. Non fanno le cose al posto dei figli: li preparano, li accompagnano nella crescita e li lasciano andare.
Mc 16,20 Essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore operava insieme con loro e confermava la parola con i prodigi che l’accompagnavano. |
Insieme con loro. Non al posto loro. È un’alleanza in cui ognuno fa pienamente ciò per cui è chiamato, consapevole del proprio potenziale.
8. Lo Spirito Santo mantiene l’autonomia
In Giovanni 14–16 Gesù annuncia l’arrivo dello Spirito Santo come Paraclito — il Consolatore, colui che viene chiamato a stare al nostro fianco. “Non vi lascerò orfani.” Il buon padre, il buon maestro, non è quello che fa le cose al posto tuo: è quello che è con te, sempre, quando c’è bisogno, ma non toglie il tuo ruolo.
Lo Spirito insegna, ricorda, testimonia, guida nella verità. Non si sostituisce a noi: lavora con noi.
Quando i settanta tornano e riferiscono al Signore che anche i demoni si erano sottomessi a loro nel suo nome , lui esulta. Propongo di vedere che è anche la gioia di vedere la sconfitta dello spirito simbiotico, che lo spirito di passività e di svalutazione è vinto. Che lo spirito che esalta le forze nemiche per sminuire la persona è vinto. In loro ha agito lo Spirito Santo e loro erano pienamente presenti, pienamente se stessi, pienamente autonomi nell’esercizio del potenziale che era stato dato loro.
Gv 17,15.17 Non ti chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal maligno. Consacrali nella verità. |
La tensione di Gesù, nell’ora più importante, è questa: che loro non perdano la loro autonomia, la consapevolezza di chi sono, il potenziale che è in loro. Il maligno vuole una sola cosa: toglierci quella consapevolezza, portarci a svalutare noi stessi, mantenerci in uno stato simbiotico e passivo, lontani dal destino per cui siamo stati creati.
Mappa mentale lezione cinque
