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Appunti lezione dodici

 

L’esperienza che cambia

Tutto il percorso fatto finora nella battaglia della mente si è concentrato su due testi. Il primo è in 2 Corinzi 10, dove Paolo parla di distruggere i baluardi e i pensieri che si innalzano nella mente contro la conoscenza di Dio. Il secondo è Romani 12,2: se vogliamo conoscere ciò che è buono e corrisponde alla volontà di Dio, dobbiamo rinnovare la nostra mente. Abbiamo visto anche come Paolo, parlando di muovere guerra a queste fortezze, richiami la battaglia di Efesini 6 e l’armatura che Dio ci ha dato.

Voglio offrire qui un’altra chiave di lettura: un excursus attraverso i punti fondamentali che abbiamo toccato in queste lezioni, letti da una prospettiva nuova. Non mi fermo sulle disfunzioni o sulle patologie. Mi fermo su come funzioniamo. Perché capire il meccanismo del nostro funzionamento è esattamente ciò che rende possibile la risposta alla domanda decisiva: si può cambiare?

1. Il meccanismo: come funzioniamo

Gli esseri umani si preparano sin da piccoli a vivere la loro vita, programmandola per ciò che percepiscono che essa è e e programmandola per ciò che sarà. Il punto di partenza è sempre un’esperienza. L’esperienza viene dall’esterno: è qualcosa che ci troviamo a vivere, normalmente fuori dal nostro controllo. Quando un’esperienza si ripete, lascia un segno. Un segno che non è solo cognitivo: è percettivo, emotivo, cognitivo insieme.

Da quel segno prendiamo una decisione. La capacità decisionale dell’essere umano è operativa sin dai primi giorni di vita. Pensiamo a un bambino molto piccolo che per un giorno vede sparire la madre: quando lei torna, lui non la molla più o non la vuole più vedere. In quel momento ha già deciso come comportarsi per non subire di nuovo quella situazione di imprevedibilità e insicurezza. Non è una scelta consapevole e razionale: è il modo migliore che il bambino riesce a trovare per non soffrire/morire affettivamente.

Quando le decisioni prese si ripetono e si rinforzano, assumiamo una corrispondente posizione di vita. Siccome ho fatto, faccio e farò queste esperienze, ho deciso in questo modo e lo mantengo: la mia posizione rispetto alla vita è questa. Sono le posizioni esistenziali che abbiamo chiamato io ok/tu ok, io ok/tu no, io no/tu ok, io no/tu no. Non sono emozioni né pensieri: sono posizioni che si consolidano presto, già nei primi anni di vita.

Da queste posizioni scaturiscono comportamenti di rinforzo. La persona tende a restare in equilibrio nella posizione che ha assunto, come su un filo sospeso nell’aria dove ha preso le misure con la vita. Chi si è convinto di essere stupido combinerà guai, non farà bene i compiti, cercando inconsapevolmente di assecondare la posizione di vita che ha deciso di avere. Infine da questi comportamenti rinforzati nascono le convinzioni: sono convinto di essere così, convinto che gli altri siano così, convinto che il mondo vada così. A quel punto: chi ti cambia idea? Il nostro cervello ci propone continuamente pensieri che produce di default, in base a come lo abbiamo abituato a funzionare. Non sono pensieri “veri”, cioè pensati dalla mente, l’anima, in autonomia e comunione con Dio. La maggior parte dei nostri pensieri sono falsi. Non prodotti da chi realmente siamo e secondo il nostro potenziale di pensare secondo il Creatore. Sovviene il grido dell’apostolo Paolo in Romani 7,24: “Me infelice. Chi mi liberereà da questo corpo di morte?”. Se la mente, che non è il cervello, ma è il cuore, l’anima, lo spirito dell’uomo, rifiuta di essere confusa e guidata da stimolo chimico-elettrici del corpo, cambia l’oggetto dei propri pensieri iniziando a pensare alle cose buone, sante e pure e ci sposta la fede, le fortezze diaboliche si sgretolano.

Il meccanismo in sintesi

Esperienza ripetuta Decisione Posizione di vita Comportamenti di rinforzo Convinzioni radicate – falsi pensieri automatici

Questo schema vale tanto al negativo quanto al positivo. È un sentiero di funzionamento dell’essere umano, non una condanna.

2. Le capacità straordinarie dell’uomo

Quando abbiamo formato una convinzione, mettiamo in moto una serie di capacità che appartengono alla nostra natura più profonda. Guardiamo queste capacità non come disfunzioni ma come risorse eccezionali che però possono essere usate tanto per il male quanto per il bene.

Emozioni corrispondenti

Tutto il nostro essere si attiva sulla base delle decisioni e delle convinzioni che abbiamo assunto. Chi crede a una convinzione svalutante sente le emozioni corrispondenti a quella convinzione. Le emozioni non sono separate dal pensiero: lo accompagnano, lo sostengono e lo confermano. Spesso lo generano. E’ il caso delle emozioni ricattatorie funzionali al copione che lo confermano rinforzando i percorsi di pensiero automatici.

L’immaginazione

Se siamo convinti di non valere e dobbiamo andare a un colloquio, a un esame o a parlare in pubblico, cosa facciamo mentre ci avviciniamo all’evento? Con l’immaginazione cominciamo a vederci incapaci e ci prepariamo le risposte pensando a ciò che siamo certi l’altro dirà per metterci in difficoltà. Sono i famosi “film” che ci facciamo nella testa. Non è altro che la grande risorsa dell’immaginazione usata per coltivare la svalutazione. Ma questa stessa capacità può essere usata per coltivare le esperienze che abbiamo fatto con Dio.

La memoria emotiva

Non ricordiamo solo gli eventi: ricordiamo anche le emozioni. Ogni volta che scatta una convinzione, la memoria porta a galla non solo il ricordo cognitivo di una situazione simile ma le stesse emozioni di allora: quasi gli stessi odori, gli stessi colori, la stessa aria. Al negativo questo sistema ha una potenza distruttiva, perché ogni volta che hai una convinzione negativa, le emozioni del momento la sostengono, l’immaginazione la coltiva, la memoria arriva a dire “ti ricordi, è sempre la stessa cosa, sei davvero incapace” e il pensiero corrispondente la sviluppa e consolida. Al positivo invece questa stessa potenza rinforza le esperienze trasformative che abbiamo vissuto con Dio. Ho fatto un’esperienza travolgente il giorno in cui ho ricevuto il battesimo nello Spirito Santo: mi sono formato convinzioni sulla presenza di Dio, sulla sua sovranità e sulla sua potenza. C’ho messo la fede. Sono rimasto fedele e ho mantenuto fiducia in cioò che mi è successo. Quelle emozioni le sento ancora adesso. Uso ancora l’immaginazione per immaginare Dio in azione. La memoria di quell’esperienza mi viene di rinforzo ogni volta. E i miei pensieri sono autentici e rivolti verso Dio e le sue opere.

L’apprendimento per imitazione

Abbiamo anche la capacità di imparare per imitazione. Importiamo da altri comportamenti di tipo genitoriale — nutritivi, accuditivi, critici, normativi — li facciamo nostri e ci comportiamo con noi e con gli altri così come si comporta il modello che abbiamo importato. È una potenza enorme. Se il nostro modello diventa Gesù, i suoi giudizi santi, il suo modo di valutare la vita, le persone e le cose diventano nostri. Diventa il nostro sistema di riferimento. “Non sono più io che vivo, ma il Signore Gesù Cristo che vive in me”: i suoi valori diventano i miei, i suoi pensieri diventano i miei. Lui non vive al posto mio, ma io ho assunto lui come modello e lui vive in me perché mi comporto come lui.

3. Al positivo e al negativo: la trasmissione inter-generazionale

Il meccanismo che abbiamo descritto vale in entrambe le direzioni. Chi fa esperienze di amore, di apprezzamento e di valorizzazione in un ambiente accogliente, protettivo e nutritivo, prende decisioni come “io valgo” e assume una posizione di vita in cui si pensa di valore e pensa che anche gli altri lo siano. Terrà comportamenti nutritivi, protettivi e amorevoli. Così si trasmette di generazione in generazione, in un linguaggio più biblico, ciò che si chiama amore.

Al contrario, quando il primo anello della catena è un’esperienza negativa ripetuta e rinforzata proveniente da modelli di riferimento, di generazione in generazione si trasmette il disvalore, il ricatto, la simbiosi, le convinzioni negative e le posizioni di inferiorità. A meno che non intervenga un’esperienza diversa, opposta, ripetuta: tale da suscitare nella persona una fiducia nella vita e non una svalutazione.

Ecco perché parlare di radici di famiglia ha senso così profondo: queste cose hanno peso soprattutto nelle generazioni. Ciò che gli esperti di psicologia chiamano “maledizione del copione” è esattamente quello che le Scritture chiamano maledizioni. Il Signore ci ha dato il potere di romperle, di interromperle e di dissolverle. È un potere soprannaturale, non umano. E più la persona è consapevole di come sta funzionando e di cosa ha deciso, più aiuta quel processo di liberazione che Dio è disposto nella sua misericordia a portare avanti.

4. È possibile cambiare: Mt 4,17 e la sottomissione

In Matteo 4,17, all’inizio del suo ministero pubblico, Gesù dice: “Cambiate modo di pensare perché il regno dei cieli è vicino”. Mette l’accento su due cose: la mente e il regno. Il nesso è preciso: siccome è venuto a portare il regno dei cieli, si può cambiare il modo di pensare. C’è un nuovo modo di pensare perché c’è qualcosa di nuovo che prima non c’era. Se Gesù dice di farlo, vuol dire che abbiamo la capacità di cambiare il modo di pensare.

Matteo 4,17

“Cambiate mentalità perché il regno dei cieli è a portata di mano.”

La prova che il regno di Dio è arrivato è visibile: nella lotta tra i due regni, quello delle tenebre e quello della luce, il regno della luce vince. Satana fugge, i demoni scappano quando sono scacciati da Gesù e dai suoi discepoli nel suo nome . C’è una potenza soprannaturale che interviene. Non basta la sola tecnica psicoterapeutica, non basta il solo counseling né la sola preghiera di liberazione. Le metto insieme, perché sono tutte utili. Ma la questione è poi la sottomissione.

Cosa vuol dire sottomettere la mente? Proviamo a capirlo attraverso il corpo. Paolo ci chiede di presentare i nostri corpi a lui come sacrificio santo, vivente e a lui gradito. Significa dire: non sono più proprietario di me stesso, riconosco che il Re è proprietario della mia mente e del mio corpo. Come sintetizzava una preghiera antica: “Signore, sono disposto a vivere dove vuoi, con chi vuoi, come vuoi”. Se preghiamo per la liberazione e cacciamo gli spiriti ma poi non siamo sottomessi al Signore Gesù, domani torneremo lì dov’eravamo, perché riprendiamo in mano le decisioni da prendere in base a quello che ci sembra di percepire della vita. Il cambio di mentalità non si fa da soli. Il passo iniziale è l’esperienza, e l’esperienza che cambia è l’esperienza di Dio.

5. L’esperienza di Dio: grazia, amore, comunione

L’esperienza che ci cambia non è una tecnica né una formula. È la grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio Padre e la comunione dello Spirito Santo. Sono tre dimensioni di un’unica realtà.

La grazia del Signore Gesù Cristo

La grazia non è un favore che il re ti fa perché glielo chiedi. È il fatto che il re ha disposto la sua sovranità a operare in tuo favore. Ciò che è a sua disposizione — e tutto ciò che esiste è suo per diritto di creazione — opera per te. Il piano che lui ha previsto per la tua vita si realizzerà. Con la grazia arriva la capacità di cambiare mentalità, la capacità di uscire dai vecchi percorsi e di stare sopra le circostanze invece di esserne sommersi.

L’amore di Dio Padre

Quando il piano del Padre diventa il tuo destino, è come se vedessi svolgersi nella tua vita ciò che lui ha pensato per te dall’eternità. La sua parola è vera. Ti ama perché è fedele e ha dato se stesso per te. Quando sperimenti che nonostante ciò che fai la sua misericordia è eterna e fedele, questa è un’esperienza che ti cambia. I suoi pensieri per noi sono di pace e non di sventura (Geremia 29,11).

La comunione dello Spirito Santo

Paolo dice che chi si sottomette al Signore forma con lui un solo spirito. La comunione che lo Spirito Santo ha con i credenti sottomessi è totale: quando agisce un credente sottomesso, agisce come se agisse lo Spirito Santo. “Fiumi di acqua viva sgorgheranno da dentro chi crede in me” (Giovanni 7,38). Noi siamo ambasciatori del governo del cielo, collaboratori suoi. E questa potenza fluisce verso gli altri, non rimane chiusa in noi.

Il cuore di questa lezione

Non è un problema di tecnica: è un problema di esperienza. L’esperienza del Dio vivente è ciò che rompe la catena delle convinzioni radicate e introduce in un modo di pensare nuovo.

Le armi spirituali di cui ci ha parlato Paolo in 2 Corinzi 10 appartengono a un altro mondo. Non si sostituiscono alla consapevolezza: la completano con una potenza che nessuna tecnica umana può offrire.

6. Il comandamento nuovo

La sera dell’ultima cena, poco prima di essere arrestato, Gesù dà ai discepoli le sue consegne finali. Ciò che ha detto ai discepoli è ciò che ha detto alla chiesa di fare. E il comandamento che dà è nuovo. Perché nuovo? Perché prima non c’era la grazia per ottemperarlo: lo Spirito Santo non era ancora stato dato agli uomini. Ora il regno dei cieli è arrivato e con esso c’è la grazia di amare come lui ha amato.

Giovanni 13,34

“Vi do un comandamento nuovo: amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato.”

La novità non sta nel dire “ama gli altri”: questo era già scritto nell’Antico Testamento. La novità sta nel “come io vi ho amato”. Ora c’è il modello. E siccome l’uomo è fatto per imparare per imitazione, il modello è lì: non serve cercarne altri. Se assumete lui come modello, potrete amarvi gli uni gli altri perché lui vi dà il suo Spirito affinché possiate fare ciò che ha fatto lui. Dio non ci darebbe mai un comandamento che non possiamo ottemperare.

E da questo tutti sapranno che siete suoi discepoli: perché in voi vedranno il Maestro. Come in ogni bambino si vede il genitore, così in ogni discepolo si vede il Maestro. Gesù stesso lo disse a Filippo: “Ma scusa, chi ha visto me ha visto il Padre”. Il Padre era il modello di Gesù. Lui non fa nulla se non ciò che il Padre gli mostra. Chi vede il discepolo vede il Maestro.

7. Rimanere nella vite

In Giovanni 15 Gesù dà l’immagine della vite e dei tralci. Il frutto lo porta il tralcio, non la vite. Ma il tralcio non può portare frutto da sé se non rimane nella vite.

Giovanni 15,4–5

“Rimanete in me ed io in voi. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Chi rimane in me ed io in lui fa molto frutto, perché senza di me non potete fare niente.”

Possiamo cambiare mentalità senza Gesù Cristo? Studiando le questioni della mente dico con tutto il cuore: senza di lui non possiamo fare nulla. Tutto ciò che abbiamo visto è utile, ma senza di lui non possiamo fare nulla. La consapevolezza è condizione necessaria; la potenza viene dallo Spirito.

“Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà dato”. Perché tutto ciò che chiedi ti sarà dato? Perché sei rimasto in lui, fedele. E lui quindi è in te. I nostri desideri sono i suoi. Quando i nostri desideri sono come i suoi, sono già esauditi. Non perché preghiamo meglio o abbiamo formule, ma perché ci amiamo gli uni gli altri e in quell’ambiente i nostri desideri sono quelli di Dio.

Cosa significa rimanere nel suo amore? Osservare i suoi comandamenti. Qual è il suo comandamento? Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato. Non c’è una grossa teologia da fare. Rimanere in chi lui è, attingere da lui ogni sapienza per la vita e lasciare che le sue parole restino in noi. Quando iniziamo a pensare come lui, sentiamo come lui e desideriamo come lui. “Questo io l’ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena”.

8. La prima chiesa: l’esperienza che si propaga

Gli Atti ci mostrano ciò che accade quando si vive questo. Nella prima comunità, “la moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuore solo e un’anima sola” (Atti 4,32). Il modo di pensare, di decidere e di valutare era comune a tutti perché il modello era unico. Non c’era chi dicesse: “Senti, Gesù ha detto così ma io la penso diversamente”. Era un cuor solo e un’anima sola nella loro singolarità e unicità originale.

E la potenza non rimaneva chiusa dentro di loro: fluiva verso gli altri. Gesù non si limitava a predicare e ad andarsene via. Insegnava, predicava il regno dei cieli, cacciava i demoni e guariva i malati. La parola era viva e attraverso la sua presenza lui confrontava i problemi della gente. Quella parola diventava esperienza di chi lo aveva ascoltato. Vedevano che la potenza in lui era capace di distruggere le forze del male. Ecco perché dopo aver predicato e parlato, preghiamo su ciò che abbiamo sentito: perché se ne faccia esperienza. Se non si fa esperienza, il messaggio non produce il frutto, perché non prendiamo decisioni, non assumiamo una posizione.

L’esperienza del Dio vivente nella vita delle persone è ciò che serve. Non dimostrare una potenza nostra. Ridare alla gente l’esperienza del Dio vivente, di un Dio che si interessa delle miserie umane e che viene a rendere all’uomo la sua dignità. Senza quell’esperienza, chi ti cambia mai?

Riferimenti biblici

Matteo 4,17 — Cambio di mentalità e arrivo del regno

Giovanni 13,34–35 — Il comandamento nuovo

Giovanni 15,1–17 — La vite, i tralci e il frutto

Romani 12,2 — Il rinnovamento della mente

2 Corinzi 10,3–5 — Le fortezze e le armi spirituali

Atti 2,42–47; 4,32–35; 5,12 — La prima chiesa

Geremia 29,11 — Il piano del Padre

Fondazione Cantonuovo  ·  Maurizio Tiezzi  ·  La battaglia nella mente, Lezione 12

Mappa mentale lezione dodici