Registrato a Siena – 2013
Appunti lezione 2
LA BATTAGLIA NELLA MENTE
Fondazione Cantonuovo · Maurizio Tiezzi
Lezione 2
Convinzioni e ricatti
Riferimenti principali: 2 Corinzi 10,3–5 · Efesini 6,12 · Romani 6
1. La battaglia è nella mente
Il titolo della serie è deliberato: La battaglia nella mente. Il campo in cui si combatte è la mente del credente — è lì che nascono i pensieri superbi, dove le fortezze nascono e si consolidano, che si formano le convinzioni e i comportamenti che allontanano dalla Parola di Dio e dal percorso che Lui ha preparato per ciascuno.
La scelta di questo punto di partenza ha una ragione concreta: le persone tendono a cercare il cambiamento fuori di sé. Si vorrebbe che cambiassero i figli, i colleghi, i sistemi. Chi prega per cambiare gli altri mette in moto forze che lo Spirito Santo — il quale non costringe mai nessuno — non governa. Cominciando da sé stessi, invece, ci apriamo alla possibilità che tutto il resto possa cambiare. L’appello è diretto: guardarsi, riconoscere quello che ci appartiene in ciò che viene detto, avere la disponibilità a vedere qualcosa che non ci piace, decidere di cambiare il nostro modo di pensare e quindi l’oggetto della nostra fede. Questo è lo scopo fondamentale dell’intera serie.
Il fondamento scritturale è quello già stabilito: Efesini 6,12 — la lotta contro le potenze delle tenebre organizzate gerarchicamente — e 2 Corinzi 10,3–5, con le armi spirituali capaci di distruggere le fortezze, i ragionamenti superbi che si alzano contro la conoscenza di Dio. In questa lezione si entra nel meccanismo concreto con cui quelle fortezze si formano e operano nella vita di una persona.
2. Il caso Adamo
Il caso che segue è reale, presentato con nome fittizio: Adamo. Guardarlo è riconoscersi — almeno in parte — perché il meccanismo che descrive, in forme diverse, appartiene all’esperienza di molti.
2.1 L’infanzia
Adamo è figlio di emigrati. La famiglia si trasferì all’estero, dove già in età giovanissima gli viene affidata (o almeno così percepì il piccolo Adamo) la cura dei fratelli minori, perché i genitori lavorano e hanno bisogno che qualcuno li accudisca. Adamo ricorda immagini del padre e della madre che si preparano per uscire al mattino e gli raccomandano di guardare i piccoli. Lo vive come la naturalità della vita familiare — lo sceglie, perché percepisce che è il modo per mantenere il favore dei genitori, per essere riconosciuto, per contare. La sua infanzia trascorre senza gioco, senza spensieratezza, senza la soddisfazione di quei bisogni primari che ogni bambino dovrebbe trovare.
All’età di sei anni i genitori lo rimandano in patria con la nonna e i fratelli, promettendogli di raggiungerlo presto. La promessa non verrà mantenuta: Adamo non rivedrà i genitori fino ai dodici-tredici anni. In quel periodo continua ad accudire i fratelli, in un paese diverso, senza figure genitoriali vicine. Alla domanda «cosa hai provato quando li hai rivisti?» risponde «nulla» — una parola che porta il peso di anni di dolore.
2.2 Le parole del racconto
Nel racconto di Adamo ricorrono alcune parole significative: responsabilità, protezione dei più piccoli, tradimento, dolore, distacco. L’allontanamento a sei anni, l’assenza per altri sei anni, la responsabilità della crescita dei fratelli — tutto questo viene vissuto come un tradimento da parte dei genitori. Eppure i genitori non intendevano tradirlo: stavano provvedendo alla famiglia nel modo in cui potevano. C’è sempre una distanza tra quello che qualcuno fa e quello che noi possiamo percepire, specialmente se piccoli di età; e quella percezione — non la verità oggettiva della situazione — è ciò che si installa le convinzioni e plasma le scelte future.
È un punto fondamentale: molti attribuiscono al proprio pensiero la verità assoluta della situazione e questo produce conseguenze molto pesanti. La percezione di Adamo era vera per lui; non era la realtà di ciò che i suoi genitori intendevano.
2.3 I bisogni primari
Tra i bisogni primari di ogni essere umano ne spiccano due. Il primo è l’attaccamento sicuro: il bisogno di potersi fidare fedelmente delle figure di accudimento e di restituire reciprocamente quella fedeltà e fiducia nella relazione d’amore. Il secondo è il riconoscimento e l’auto-riconoscimento: essere visti come persone che esistono, pensano, provano emozioni, decidono; e conoscere sé stessi per quello che si è davvero, al di là di quello che l’ambiente richiede.
La psicologia moderna ha riconosciuto questi due bisogni come fondamentali. Eppure Gesù li aveva già indicati duemila anni prima: «amatevi gli uni gli altri» è la stessa radice di ogni pedagogia sana. Nel caso di Adamo, entrambi i bisogni sono rimasti disattesi, senza colpa consapevole di nessuno, perché le cose erano andate così.
2.4 Le decisioni infantili
Di fronte a un attaccamento insicuro — genitori presenti oggi e assenti domani, imprevedibili — Adamo elabora alcune risposte. Sono risposte intuitive alla sopravvivenza: il modo migliore che un bambino riesce a trovare per non morire affettivamente, per sentirsi riconosciuto come esistente.
Prima decisione: siccome stare insieme agli altri porta dolore, è meglio tenerli a distanza. Da questa radice nasce il distacco sistematico da ogni relazione nel momento in cui si fa intima.
Seconda decisione: dare il meglio di sé secondo quello che gli altri chiedono — perché solo così ci si guadagna accettazione e riconoscimento.
Le due decisioni producono una convinzione di fondo che Adamo riconosce con chiarezza solo a cinquant’anni: ricevere amore è pericoloso, perché più ci si lega, più il dolore sarà grande quando la relazione finirà — e finisce sempre. Meglio troncare prima. La giustificazione con cui addolcisce il meccanismo è che così almeno si fa soffrire meno l’altro. È lo zucchero che rende ingeribile la pillola amara, il modo con cui ci si racconta la propria prigione in modo da non sentirsi del tutto prigionieri.
2.5 La ridecisione
La svolta arriva quando, nel colloquio, Adamo si ferma e realizza di aver sempre parlato di dare amore, senza mai dire di riceverlo. Scoppia a piangere. In quel pianto riconosce il vuoto di cinquant’anni — quello che aveva sepolto da bambino riemerge e questa volta non viene evitato.
La ridecisione che prende è concreta: perdonare i genitori, perché ha capito che le scelte le ha fatte lui, non gli altri per lui — quando si decide di vivere nella compiacenza per farsi accettare, è propria la scelta, anche se nessuno l’ha formulata in quei termini. Riconciliarsi con il padre, con cui non parla da trentadue anni. Imparare a riconoscere e accettare mare sé stesso, cominciando dal bambino che ha messo da parte. «Voglio ricominciare da dove ho staccato», dice — ed è una delle dichiarazioni più importanti che potesse fare.
3. I parassiti della mente e le convinzioni
3.1 Come si formano le convinzioni
La storia di Adamo illustra un meccanismo universale. Le decisioni infantili sono strategie di sopravvivenza prese in risposta a situazioni di pericolo o dolore irrisolto — modi per seppellire l’emozione o la paura insopportabile e andare avanti. Queste strategie vengono sperimentate, rinforzate, perfezionate nel tempo. Quando si ripresentano situazioni simili a quelle originarie, la stessa strategia si riattiva come se il tempo non fosse passato.
Il cervello continua di default a proporre gli stessi pensieri e produrre quelle stesse emozioni. Chimica ed elettricità si attivano, le sinapsi si rinforzano e le convinzioni si radicano a conferma che “è proprio così, come hai sempre pensato”.
Le conclusioni infantili, vissute nel presente come se fossero attuali, diventano convinzioni: strutture mentali stabilizzate riguardo a sé stessi, agli altri e alla vita. La convinzione funziona come un paio di lenti oscure davanti agli occhi — non si vede la realtà presente per quella che è, ma si vive la situazione attuale come si è vissuta fin da allora, con la stessa strategia e più perfezionata, perché in cinquant’anni si perfeziona.
Nel caso di Adamo: riguardo a sé stesso era convinto di non valere e di non poter ricevere amore; riguardo agli altri, che avrebbero tradito; riguardo alla vita, che le relazioni finiscono sempre. E ci ha creduto con tutta la fede che aveva!
Le convinzioni come opere di superbia |
L’abbiamo detto nella prima lezione: ogni pensiero che svaluta la persona stessa, le altre persone o le situazioni è un pensiero superbo. Vale la pena capire perché. Dio ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza, gli ha dato il creato da gestire secondo la sapienza divina, lo ha incoronato di gloria e di onore (Sal 8). Chi è convinto di non valere «a meno di fare quello che gli altri vogliono» sta ponendo il proprio giudizio al di sopra di quello di Dio — e questo, anche quando si manifesta come umiltà o come autosvalutazione, è superbia. |
Le convinzioni svalutanti sono quindi fortezze da abbattere. Contraddicono il pensiero di Dio sulla persona. |
3.2 I parassiti della mente
Le convinzioni così radicate funzionano come parassiti: si attaccano alla persona, ne succhiano ogni possibilità di essere sé stessa e le offrono in cambio l’illusione di poter essere accettata, a patto di barattare la propria natura con quella che l’ambiente richiede.
Il meccanismo parassitario si muove su quattro componenti principali.
La fantasia anticipatoria — «farsi il film». Quando scatta una convinzione, l’immaginazione viene sequestrata e produce sempre lo stesso scenario fino alla fine. L’immaginazione è di per sé un dono di Dio; qui però il film è già scritto e l’esito è sempre quello previsto dalla vecchia strategia. Adamo sa già come andrà: resterà solo a sgobbare per guadagnarsi un riconoscimento.
Il ricordo emotivo di rinforzo. Insieme alla convinzione arriva il ricordo affettivo corrispondente — la rabbia, il dolore, la paura di allora. Un elastico emotivo che riporta alla situazione originaria come se fosse presente. Quel ricordo funziona come prova: «vedi, è proprio così». La persona risente le stesse emozioni, e quelle emozioni certificano la convinzione.
La giustificazione come rinforzo. Le spiegazioni con cui ci si racconta la scelta imposta dalla convinzione diventano anch’esse rinforzo: la rendono moralmente accettabile, la stabilizzano, la rendono più difficile da abbandonare. «È meglio che chiuda io prima, così le faccio meno male» — questa non è generosità: è il modo con cui la convinzione si conserva presentandosi come virtù.
La fedeltà alla convinzione. E’ questione di fede, intesa come fedeltà al modo di pensare abituale. Se siamo fedeli ai pensieri svalutanti porteremo a termine la storia che abbiamo scritto per noi, in questo caso autori del proprio destino.
4. Il meccanismo del ricatto
I quattro elementi si concatenano in un circolo vizioso — un ricatto.
Il ricordo emotivo di rinforzo attiva la convinzione. La convinzione attiva l’emozione soppressa. L’emozione soppressa conferma la necessità di attivare e rinforzare le convinzioni che furono prese per evitarla. La convinzione riconfermata alimenta il ricordo. Il circolo si chiude, sigillato dal bisogno di essergli fedeli per ottenere quello che abbiamo deciso che la vita ci può riservare.
Il circolo del ricatto |
Ricordo emotivo di rinforzo → attiva la convinzione |
Convinzione attivata → attiva l’emozione soppressa |
Emozione soppressa → conferma la necessità della convinzione |
Convinzione riconfermata → rafforza il ricordo emotivo |
— Il circolo è chiuso per fede. Una prigione inespugnabile. |
Chi è in questo circolo vive una situazione che nel presente non esiste come tale, ma che la persona riproduce perché possa essere applicata la vecchia strategia. Il territorio è sicuro — anche se è una prigione — perché è l’unico territorio conosciuto. Per Adamo, staccarsi dagli altri per non sentire nulla era la sua unica certezza in un mondo di relazioni imprevedibili. In cinquant’anni quella strategia era diventata talmente automatica da applicarsi senza che lui capisse perché.
4.1 L’opera demoniaca
Il meccanismo dei parassiti e del ricatto porta l’impronta del nemico. Per le forze delle tenebre è sufficiente inceppare l’ingranaggio dell’amore in una generazione per produrre danni nelle tre o quattro successive. Le dinamiche familiari, i blocchi trasmessi di genitore in figlio, i ricatti emotivi che si ripetono: è qui che la battaglia di Efesini 6,12 PUÒ prendere forma concreta nella vita di ogni giorno e il combattimento di 2 Cor. 10, 3-5 diventare inevitabile.
Il diavolo può inoltre depositare pensieri nella mente — pensieri che rinforzano continuamente le convinzioni già presenti per stimolare sempre più la nostra fede. Gli elastici emotivi che riportano al dolore originario come se fosse attuale non sono solo dinamiche psicologiche: sono anche un’opera demoniaca che sfrutta la struttura del cervello umano come strumento. Ecco perché la battaglia richiede sia di abbattere le fortezze sia di rendere i pensieri obbedienti al Messia — l’uno senza l’altro non regge.
5. Disattivare i parassiti: la via d’uscita
5.1 Il combattimento spirituale
Il primo passo è la consapevolezza: riconoscere il meccanismo, vedere la convinzione per quello che è. Senza consapevolezza non c’è scelta possibile. La consapevolezza da sola, però, non basta. Sapere come funziona il meccanismo senza potersene liberare è ben poca cosa — si migliora la comprensione del problema senza eliminarlo.
Il secondo movimento è il combattimento spirituale: indebolire i parassiti con le armi di Dio (2 Cor 10,4), cambiando i pensieri su cui mettere fede. L’azione spirituale — preghiera e pensare secondo Fil. 4,8 — ha una capacità di disattivazione che le tecniche psicologiche, anche le più raffinate, non possono sostituire.
5.2 L’obbedienza al Messia
Abbattere le fortezze senza rendere i pensieri obbedienti al Messia lascia il campo aperto: le fortezze si ricostruiscono. È il segreto di 2 Corinzi 10,5: i tre passaggi — distruggere i ragionamenti superbi, sradicare le svalutazioni, rendere ogni pensiero obbediente — sono inscindibili. Il credente che combatte spiritualmente, ma non vive nell’obbedienza al Messia si troverà, alla prima occasione, di nuovo sotto ricatto, con i parassiti di nuovo attivi e le convinzioni svalutanti di nuovo in marcia.
Rendere i pensieri obbedienti al Messia significa riconoscerlo come Signore e pensare come penserebbe lui per fare la sua volontà in ogni situazione che la vita propone. La mente comincia a rinnovarsi. Paolo dice di imparare a essere rinnovati nello spirito della nostra mente (Ef 4,23) e di “essere trasformati mediante il rinnovamento della nostra mente”.
La mente non è il cervello. Quest’ultimo è un organo fisico. La mente è l’anima che può dirigere il cervello. E’ possibile decidere a cosa pensare (autocontrollo — frutto dello Spirito Santo). Basta che l’anima decida di conformarsi ai pensieri di Dio, prima di tutto su noi stessi. Il cervello, che è plastico, può seguire e cambiare.
Gesù, come del resto aveva già detto Giovanni Battista, all’inizio del suo ministero pubblico, annuncia: «cambiate il modo di pensare, perché il regno di Dio è vicino».
La vecchia natura non viene migliorata: viene portata sulla croce (Rm 6) e disattivata. Ciò che nasce è nuovo e soggetto a trasformazione. Il corpo (cervello) segue e a suo tempo sarà trasformato.
5.3 La rigenitorizzazione
Il processo di trasformazione interiore passa per la rigenitorizzazione: sostituire i riferimenti genitoriali — i messaggi verbali e non verbali che hanno configurato le decisioni infantili — con i valori e i pensieri che Dio offre, passando da scelte di sopravvivenza a scelte di vita.
Gesù è il Genitore che non abbandona, non tradisce, non è imprevedibile. «Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine dell’età presente» (Mt 28,20). Lo Spirito Santo è l’«altro difensore/assistente» promesso «perché sia sempre con voi» (Gv 14,16). La relazione con Gesù offre ciò che l’attaccamento insicuro non ha potuto dare: fedeltà assoluta, presenza costante, amore che non viene meno. L’attaccamento sicuro trova qui il suo oggetto definitivo.
Il percorso di disattivazione dei parassiti |
1. Consapevolezza: riconoscere il meccanismo della convinzione e il suo circolo vizioso |
2. Combattimento spirituale: indebolire i parassiti con le armi di Dio (2 Cor 10,4) |
3. Perdono e accettazione del dolore: non ci si immunizza dal dolore; si può accettarlo |
4. Obbedienza al Messia: rendere ogni pensiero soggetto a Cristo (2 Cor 10,5) |
5. Rigenitorizzazione: sostituire i vecchi riferimenti genitoriali con Dio come Padre |
6. L’amore come fondamento
Il problema di fondo in ogni fortezza mentale è, alla radice, un blocco sull’amore. Quando quell’ingranaggio si inceppa in una generazione, le strategie di sopravvivenza prendono il posto della vita; e i danni si trasmettono. Disattivare i parassiti senza riempire lo spazio lasciato con l’amore è impossibile.
«L’amore è ciò che dà la vita, l’amore è ciò che la sostiene, l’amore è ciò che guarisce.» Con queste parole si chiude il colloquio. Poi ci si guarda, ci si abbraccia e Adamo scoppia a piangere.
Il nuovo comandamento — «amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi» (Gv 13,34) — non è un imperativo etico aggiunto dall’esterno: è la legge che governa la vita e la sua pienezza. La mente nuova del credente non è una mente vuota delle vecchie convinzioni: è una mente abitata dalla presenza di Gesù.
Adamo, alla fine, dice: «Ora tocca a me». Ha custodito i fratelli, ha fatto il dovere, ha vissuto per cinquant’anni in funzione degli altri. Ha deciso di essere sé stesso. Quella non è egoismo: è il riconoscimento che solo chi è libero di ricevere amore è in grado di darlo davvero.
Note al testo
Dispensa elaborata sulla trascrizione della lezione del 27 marzo 2013. Il caso «Adamo» è un caso reale di counselling, presentato con nome fittizio. La dispensa contiene esclusivamente il materiale presente nella lezione, con alcune integrazioni postume dell’autore.
Mappa mentale lezione 2
