Registrato a Siena – 2013

Appunti lezione quattordici

I giochi psicologici

Convinzioni, posizioni esistenziali e giochi

Nelle lezioni precedenti abbiamo visto come si formano le convinzioni: sono decisioni prese ripetutamente a partire da esperienze ricorrenti, fino a solidificarsi nella mente come fortezze. Queste convinzioni riguardano noi stessi, gli altri e la vita e determinano le posizioni esistenziali che ciascuno assume: mi considero adeguato o inadeguato, valido o privo di valore, migliore o inferiore agli altri. Su questo impianto si costruisce un piano di vita alternativo a quello di Dio — abbozzato già nei primi sei anni di vita — e il modo con cui ogni persona si relaziona agli altri porta le tracce di quel piano.

È in questo contesto che si inseriscono i giochi psicologici. Non sono un fenomeno patologico riservato a chi sta male: sono il modo in cui tutti, ogni giorno, tendiamo a relazionarci quando lasciamo operare la vecchia natura. Capire come funzionano è già, in buona parte, iniziare a disattivarne il meccanismo.

Che cos’è un gioco psicologico

Un gioco psicologico è una serie di manovre inconsapevoli, sleali e non dichiarate che due o più persone mettono in atto nelle relazioni per ottenere un tornaconto emotivo. La parola «gioco» non vuole minimizzarne la gravità: indica l’elemento lusorio e la presenza di mosse nascoste, ma i risultati sono reali e spesso pesanti.

Le caratteristiche che definiscono un gioco sono le seguenti.

Il gioco non è autentico

I bisogni della persona non vengono espressi apertamente: vengono inseguiti attraverso la manipolazione degli altri. Non si chiede ciò di cui si ha bisogno — si manovra perché l’altro lo fornisca senza saperlo.

Il gioco è inconsapevole

Chi gioca non si rende conto di farlo. È il copione che opera, non una scelta deliberata. Questo non ne riduce la responsabilità morale, ma spiega perché sia così pervasivo: le persone si trovano a fare certe mosse quasi automaticamente, senza averle pianificate.

Il gioco è ripetitivo

Una persona incline a un certo tipo di gioco lo ripete continuamente, nelle situazioni e nelle relazioni più diverse, con la stessa struttura di fondo.

Il gioco lascia sempre un sentimento spiacevole

Alla fine del gioco, almeno uno dei giocatori prova un’emozione negativa. Questa è la posta emotiva: il tornaconto che il giocatore incassa, non nonostante il malessere, ma attraverso di esso.

La mossa a sorpresa e il messaggio nascosto

Il cuore del gioco è una mossa ulteriore: un cambiamento improvviso, non prevedibile dall’altro, che ribalta la situazione. Può essere un cambio di stato dell’Io — passare all’improvviso da un atteggiamento genitoriale a uno da bambino adattato — oppure un cambio di ruolo: chi si era presentato come vittima si rivela persecutore, chi si era offerto come salvatore lascia l’altro nella difficoltà.

Questa mossa a sorpresa è sleale perché non dichiarata. È la mossa che sconcerta, che lascia l’altro confuso senza capire bene com’è finito lì. Se il confine fosse visibile, il gioco sarebbe svelato e non funzionerebbe.

Ogni gioco porta anche un messaggio nascosto: sotto il livello di comunicazione esplicita — quello che sembra uno scambio normale, da adulto ad adulto — c’è un messaggio che colpisce il destinatario senza essere dichiarato. È un siluro subacqueo: arriva al bersaglio a livello psicologico, dove la persona sente la svalutazione senza riuscire a nominarla. Il venditore porta a porta che dice «non tutti possono permettersi questo aspiratore» sta comunicando in apparenza un’informazione, ma sotto invia un messaggio svalutante: «tu probabilmente non puoi». La reazione che suscita non nasce dal livello esplicito ma da quello nascosto.

La posta emotiva e la giustizia personale

La motivazione di fondo del gioco è smentire — o confermare — le convinzioni copionali. Chi porta la convinzione di essere stupido o incapace, per esempio, non affronta i problemi in prima persona: li affida agli altri. Se l’altro sbaglia, la colpa è sua; se l’altro risolve, il giocatore ne trae vantaggio senza rischiare il fallimento. In entrambi i casi ha ottenuto quel momento di sollievo che cercava, anche se momentaneo e amaro.

Questo meccanismo si può chiamare giustizia personale: un modo sotterraneo di procurarsi ciò di cui si ha bisogno — rassicurazione, approvazione, giustificazione, riconoscimento — senza chiederlo apertamente, usando gli altri come strumenti inconsapevoli. Non è malizia calcolata: è la risposta di chi non si fida di poter ricevere quelle cose in modo diretto.

Il problema è che il sollievo è sempre temporaneo. Il gioco non scioglie la convinzione: al massimo la sospende per un momento. Poi il copione riprende e la persona si ritrova di nuovo nel circolo del ricatto, con la stessa convinzione rinforzata dall’ennesima conferma.

I ruoli drammatici

Su questo palcoscenico — perché di teatro si tratta, di una vita recitata invece che vissuta — si alternano tre ruoli. Non si tratta delle posizioni esistenziali vere, ma di parti che si interpretano nelle relazioni, spesso ruotando da un ruolo all’altro nell’arco della stessa giornata.

Il persecutore

Si considera più degli altri e, da quella posizione di superiorità, calpesta o sminuisce l’altro. Impedisce all’altro di esercitare il proprio potere di decidere per sé.

Il salvatore

Si considera anch’egli superiore, ma non calpesta: aiuta. Il punto è che aiuta non per amore ma per sentirsi meglio, per dare a sé stesso la conferma del proprio valore. Dà consigli non richiesti, corre continuamente al soccorso degli altri, ma la sua relazione con loro si limita a questo. Impedisce all’altro di usare le proprie capacità tanto quanto il persecutore, anche se con metodi opposti.

La vittima

Si considera meno degli altri e usa questa posizione per ottenere cura e attenzione da chi è «più forte». Non si presenta come attore della propria vita, ma come qualcuno che subisce. Non si tratta della vittima reale — quella merita ascolto, protezione e giustizia — ma del ruolo recitato per ottenere ciò di cui si ha bisogno senza chiederlo direttamente.

La caratteristica del ruolo è la mobilità: nello stesso gioco, durante la mossa a sorpresa, la persona può scivolare da un ruolo a un altro. La vittima diventa persecutore, il salvatore si ritira lasciando l’altro senza aiuto. È quel cambio improvviso a lasciare tutti con la sensazione che qualcosa non torni.

Alcuni giochi tipici

Ciascuno dei giochi che seguono ha un nome che descrive il suo contenuto. Ne cito alcuni tra i più riconoscibili.

  • “Il goffo pasticcione” è la persona che fa danni continuamente e si scusa altrettanto continuamente, così da procurarsi giustificazione e perdono. La disattenzione è l’alibi. Sotto c’è spesso il messaggio interiorizzato «comportati bene» che da adulto genera la fame di assoluzione per ogni trasgressione, anche minima.
  • ”Occupatissimo” è il gioco di chi non ha mai tempo, né per sé né per gli altri. La sua agitazione incessante è una fuga dall’intimità — con sé stesso prima di tutto. Chi non ha mai imparato a stare con sé stesso riempie ogni spazio disponibile per evitare quel momento. L’autonomia vera comprende anche la capacità di una solitudine godibile, di un silenzio abitato. Chi fugge da quel silenzio ha paura di qualcosa che vi troverebbe.
  • “Prendimi a calci” è la persona che si pone continuamente in una posizione di incapacità e inadeguatezza e lo dichiara, così da ricevere dagli altri le disapprovazioni che cerca. Quando si è cresciuti in un ambiente dove non si ricevevano carezze positive, si impara a cercare quelle negative. Una disapprovazione è pur sempre un riconoscimento. «Almeno ci sei» — anche se quel riconoscimento arriva sotto forma di calcio.
  • “Guarda cosa mi hai fatto fare” è il gioco di chi lascia sempre agli altri la decisione così da poterli incolpare se le cose vanno male. La paura di assumere responsabilità è il motore: se non sei mai stato tu a decidere, non puoi mai essere tu a sbagliare. Il prezzo è la rinuncia alla propria autonomia, giorno dopo giorno.
  • “Perché non …” è il gioco del salvatore esperto, che dà consigli continui non richiesti per rivalutare la propria intelligenza e disconfermare la convinzione di essere stupido. Non è amore per l’altro: è bisogno personale travestito da generosità.
  • “T’ho beccato!” è il gioco del persecutore che aspetta l’altro al varco, in attesa dell’errore o del momento di debolezza per colpire. Lascia un sapore amaro in tutti — anche in chi sembra aver «vinto».
  • “Prendine uno” è la generosità apparente al servizio della giustificazione: «se anche tu bevi, posso bere anch’io». L’apparente apertura verso l’altro è il mezzo per ottenersi il permesso di fare quello che si voleva fare.
  • “L’alcolizzato” — e con lui chi porta qualsiasi dipendenza simile — cerca attraverso il ciclo della bevuta l’autopunizione del giorno dopo. Qualcosa di irrisolto, qualcosa che non ci si è perdonati, cerca quel momento di resa dei conti con sé stessi. Non è divertimento: è uno dei giochi più pesanti che esistano.

Autodiagnosi: riconoscere i propri giochi

È possibile riconoscere i propri giochi. Alcune domande possono aiutare in questo lavoro di consapevolezza.

  • Qual è la situazione che si ripete, che ogni volta lascia un sentimento spiacevole?
  • Come inizia? Cosa scatta che la mette in moto?
  • Cosa succede nel mezzo della sequenza?
  • Come ti senti quando è finita?

Se si riesce a rispondere a queste domande, si è già entrati nel lavoro. La consapevolezza vale circa la metà del cammino di cambiamento. Quando arriva la luce, le tenebre vanno via. Molti autori cristiani propongono in fondo questo: rendersi conto dei comportamenti carnali per potervi rinunciare. Il punto è lo stesso — e vale sia per chi usa strumenti terapeutici sia per chi lavora unicamente con la Parola di Dio.

Sotto, sotto: le radici dei giochi

Se guardiamo al di sotto del meccanismo dei giochi, troviamo quattro dinamiche di fondo che ne alimentano le radici.

Superbia. Non quella esibita, ma la superbia sottile e inconsapevole di chi pensa di potersi procurare con le proprie forze ciò che solo Dio può dare. Chi gioca a «prendimi a calci» non si sente superbo: eppure si sta procurando da solo la sopravvivenza, sostituendosi a Dio nel soddisfare i propri bisogni.

Inganno. Il gioco è per definizione non autentico: usa mosse sleali, nascoste, non dichiarate. Porta gli altri a fare ciò che si vuole senza che se ne rendano conto. L’inganno non viene mai da Dio: quando ci comportiamo secondo lo spirito di questo mondo, operiamo secondo il principe di questo mondo.

Egoismo. Voglio tutto ciò di cui ho bisogno a qualunque costo, compresi gli altri e me stesso. L’egoismo è l’ingranaggio del copione: di gioco in gioco, di convinzione in convinzione, la persona vive per avere quelle magre, amare ricompense che le permettono di arrivare al giorno dopo.

Avidità. Si distrugge tutto e tutti — a partire da sé stessi — pur di avere quelle briciole di riconoscimento, approvazione, giustificazione. Non è una vita: è una caricatura della vita.

La risposta di Dio: grazia invece di giustizia personale

Ho preso i libri canonici dell’analisi transazionale e ho considerato gli scopi di tutti i giochi principali che qui elenco: valore, giustizia, esaltazione, riconoscimento, libertà di espressione, benevolenza, approvazione, aiuto, affetto, rassicurazione, perdono, giustificazione, assoluzione. Sono esattamente le cose che il Padre ci ha già dato e garantito attraverso il sacrificio e la risurrezione di Gesù e la venuta dello Spirito Santo in noi.

La differenza tra sopravvivere e vivere sta tutta qui. Nella sopravvivenza, ci si procura da soli quello che serve, con sforzi e con emozioni spiacevoli — è un sistema di giustizia personale. Nella vita secondo Dio, tutto questo ci viene dato per grazia, ricevuta attraverso la fedeltà e la fiducia.

Rm 4,3–5  «Abraamo ebbe fiducia in Dio e ciò gli fu accreditato come giustizia.» A chi lavora il salario non viene dato come un dono, ma come pagamento di un debito in uno scambio di prestazioni. Non è così con Dio. A chi non si guadagna niente facendo qualcosa per procurarsela, ma ha fiducia in lui che giustifica e gli è fedele, non per ricompensa, ma per dono, per questa sua fede viene giustificato

Efesini 2,8-10 completa il quadro: per questa grazia siete salvi mediante la fedeltà fiduciosa, e ciò non viene da voi ma è dono di Dio — e non viene nemmeno da quello che fate, perché siamo opera sua, creati in Cristo Gesù per le opere buone che Dio ha predisposto. Il fare non è assente: ma è conseguenza dell’essere, non condizione per ottenerlo.

Romani 3,20 chiarisce il ruolo della legge: nessuno sarà giustificato in base all’osservanza di regole, perché la legge serve a farci vedere che abbiamo bisogno della grazia. Il meccanismo del gioco psicologico funziona esattamente come il meccanismo della legge: «osservo queste regole, faccio queste mosse, mi procuro quello che mi serve». Geremia lo dice senza attenuanti: è maledetto l’uomo che confida nell’uomo, che pone nella carne il suo sostegno e dal Signore allontana il suo cuore.

Mi fido, confido, mi affido

La risposta non è quindi una tecnica più raffinata, un gioco più intelligente, una qualche forma di auto perfezionamento. È la fedeltà a Dio nell’avere fiducia in lui. E’ cioè la fede. Non prodotta da noi — è un dono — ma ricevuta. E la fede viene dall’ascolto della Parola di Dio. Se non si ha abbastanza fede, il rimedio è semplice: leggere la sua Parola, interiorizzarla, meditarla, decidere cosa farne e pregare perché Dio aiuti a metterla in pratica. Lui lo promette: la fede viene, e viene da lì

Tre parole sintetizzano il percorso: mi fido, confido, mi affido. Le ho volute paragonare alle prime tre domande della preghiera che Gesù ha insegnato, da molti chiamata “Il Padre nostro”, perché danno il senso dell’unità che c’è in ogni credente quando le vive.

  • Mi fido è come dire: «sia santificato il tuo nome». Riconoscere che lui è Dio e che ci si può fidare di lui.
  • Confido è la certezza che lui interviene: «venga il tuo regno». Non è speranza generica — è certezza nelle aspettative.
  • Mi affido è la fedeltà espressa nel grido: «sia fatta la tua volontà». Mettere la propria vita nelle sue mani e restargli fedeli.

Non si tratta di sopravvivere: si tratta di vivere. Non si tratta di fare: si tratta di essere. E quando si è, quando per grazia si riceve la sua forza dal suo Spirito, possiamo fare le opere buone che Dio ha predisposto perché le facessimo — non come sforzo per meritarsi qualcosa, ma come frutto naturale di chi è connesso alla sorgente. In lui ci muoviamo, in lui respiriamo, in lui esistiamo.

Ef 2,10  «Siamo infatti opera sua, creati in Cristo Gesù per le opere buone che Dio ha predisposto perché noi le praticassimo.»

Fondazione Cantonuovo  ·  Maurizio Tiezzi  ·  La battaglia nella mente, Lezione 14

Mappa mentale lezione quattordici