Registrato a Siena – 2013
Appunti lezione undici
1. Il ritorno allo spirito
Con questa lezione concludiamo il percorso sulla battaglia nella mente. Prima di andare avanti è necessario richiamare il punto a cui siamo arrivati.
Nella lezione precedente abbiamo individuato nell’uomo sette sollecitazioni fondamentali — vivere, libertà, capire, creare, godere, connettersi, trascendere — ognuna orientata verso un obiettivo preciso e messa in moto da una potenza che la rende operativa. La libertà, per esempio, si esprime attraverso il coraggio: è la spinta innata all’autodeterminazione, alla capacità di decidere in modo autonomo e di realizzare senza passività ciò che si è scelto.
La normalità sarebbe che ciò che nasce nell’anima si manifesti poi attraverso la personalità. Quando però siamo interiormente bloccati — o ci ignoriamo, o disperdiamo — la potenza spirituale non fluisce, e l’essere umano che avrebbe dovuto esprimere pienezza di vita si ritrova oppresso, depresso o represso. La mente funziona in modo disfunzionale seguendo i pensieri che di default il nostro cervello ci propone: è lì che i blocchi si installano. Ecco perché l’attenzione di Dio si concentra sulla mente, ed ecco perché Paolo scrive: «Rinnovate la vostra mente» (Rm 12,2).
2. La potenza che abita in noi
C’è qualcosa di straordinario che le Scritture ci mostrano, e che vale la pena tenere presente mentre parliamo di spinte dello spirito e di potenza.
Un giorno, mentre Gesù camminava in mezzo alla folla, una donna si avvicinò a lui di nascosto e lo toccò. Aveva una perdita di sangue da dodici anni: impura secondo la legge, invisibile tra la gente. Gesù si fermò e disse: «Qualcuno mi ha toccato». Gli apostoli erano increduli — con tutta quella gente intorno, ovviamente qualcuno l’aveva sfiorato. Ma Gesù non stava parlando di un contatto fisico qualsiasi. Disse: «Una potenza è uscita da me».
Questa è la chiave. Gesù era come una sorgente in cammino: lo toccavano e guarivano, non per un meccanismo magico ma perché da lui emanava la pienezza della vita. E quel Gesù — la sua stessa vita, il suo Spirito — dimora in noi. Giovanni 7 lo annuncia con immagini vivissime: «Chi ha sete venga a me e beva. Chi crede … da lui usciranno fiumi di acqua viva». Lo Spirito Santo è dato ai credenti perché attraverso di loro possa manifestarsi sulla terra e cambiare le circostanze.
Quando siamo bloccati, questa potenza non si esprime. Non perché sia assente, ma perché le strutture della mente, distratta e ingannata, disfunzionale, la trattengono. L’obiettivo del rinnovamento della mente è esattamente questo: rimuovere i blocchi perché il fiume possa scorrere.
3. Una chiave evolutiva: Erikson
Per capire dove e quando i blocchi si formano, è utile una chiave di lettura che proviene dallo studio dello sviluppo umano. Erikson, uno studioso della mente, ha individuato che a ogni tappa della vita corrisponde una crisi evolutiva. Non una crisi nel senso di catastrofe, ma in senso più preciso: un bivio. In cinese, la parola che indica crisi può significare anche punto cruciale in cui vi è un pericolo — la stessa parola porta due significati opposti. È il momento in cui si cresce, perché si passa da un livello all’altro della vita. Ma è anche un momento in cui si può rimanere bloccati per esperienze e scelte disfunzionali.
Erikson parla di virtù che si sviluppano quando la crisi si risolve positivamente. Queste virtù — speranza, volontà, scopo, competenza, fedeltà, amore, accudimento, sapienza — coincidono in modo sorprendente con le qualità che le Scritture riconoscono come fondamentali per la vita dell’uomo. Non c’è niente di nuovo sotto il sole. Ciò che la psicologia dello sviluppo scopre, la Bibbia lo ha sempre detto.
Quello che è importante tenere presente in questo schema è il suo carattere cumulativo. Le tappe si costruiscono l’una sull’altra: si parte dalla speranza e si arriva alla sapienza. Pensate alla vostra vita come a una pila di monete: se la prima viene posizionata storta, tutte le altre si appoggiano su quella pendenza. Quando arriviamo a cinquanta o sessant’anni portiamo sulle spalle il peso di tutto ciò che non è sbocciato al tempo giusto, anche se dall’esterno non si vede.
4. Le tappe dello sviluppo: crisi, virtù e blocchi
Nella tabella che segue sono raccolte le otto tappe evolutive con le rispettive crisi, le virtù che emergono quando la crisi si risolve positivamente e gli esiti negativi quando non si risolve.
Età | Crisi evolutiva | Virtù | Esito negativo |
0–18 mesi | Fiducia vs. sfiducia | Speranza | Sfiducia nella vita, negli altri, in sé |
18–36 mesi | Autonomia vs. vergogna e dubbio | Volontà | Vergogna e dubbio |
3–7 anni | Iniziativa vs. colpa | Scopo | Colpa |
Età scolare | Padronanza vs. inferiorità | Competenza | Senso di inferiorità |
12–18 anni | Identità vs. confusione | Fedeltà | Confusione identitaria |
18–30 anni | Intimità vs. isolamento | Amore | Isolamento |
30–60 anni | Creatività vs. passività | Accudimento | Passività |
60+ anni | Integrità vs. disperazione | Sapienza | Disperazione |
5. Le tappe in dettaglio
Fiducia o sfiducia (0–18 mesi)
Nei primissimi mesi di vita il bambino si trova davanti alla prima partita: fiducia o sfiducia. Non è una scelta consapevole: è l’esito di come le persone e l’ambiente che lo circondano rispondono ai suoi bisogni. Quando l’attaccamento è sicuro — quando chi si prende cura di lui è fedele e degno di fiducia, prevedibile — il bambino impara ad affidarsi e fidarsi della vita, dgli altri e di sé stesso. In questa fiducia si radica la speranza.
Quando invece chi dovrebbe accudirlo non è affidabile, si sviluppa sfiducia. Una sfiducia che cresce: nella vita, nelle persone e in sé stessi. Crescendo, quella sfiducia si estende anche a quel Dio che gli viene presentato come Padre che lo ama. L’incredulità ha qui una delle sue radici più profonde, prima ancora delle battaglie culturali e dei copioni che vengono dopo.
Riferimento biblico |
Paolo scrive: «Rimangono la fede, la speranza, l’amore» (1 Cor 13,13). La speranza — primo frutto di questa fase evolutiva — non è un sentimento ottimistico ma la forza che nasce dalla fiducia. Senza fiducia, non c’è speranza. Senza speranza, non c’è capacità di vivere con significato. |
Autonomia o vergogna e dubbio (18–36 mesi)
Il bambino inizia a muoversi nel mondo e a sperimentare la propria autonomia. Se questa spinta è sostenuta, si sviluppa la volontà — non intesa come semplice capacità di scegliere, ma come forza profonda di usare consapevolmente il proprio potenziale. Se è ostacolata, insorge la vergogna: una valutazione negativa di sé che sfocia nel dubbio sistematico sulla propria capacità di agire nel mondo.
Iniziativa o colpa (3–7 anni)
In questa fase il bambino inizia a costruire il senso del proprio scopo. La simbiosi naturale dell’infanzia si allenta e lui comincia a capire chi è. Se la spinta all’iniziativa è rispettata, emerge lo scopo: una prima consapevolezza della propria identità e direzione. Se invece ogni tentativo si traduce in punizione o disapprovazione, si installa la colpa come modalità dominante dell’esperienza di sé. La passività — che l’abbiamo studiata come una delle manifestazioni centrali delle fortezze nella mente — ha spesso qui una delle sue radici più precoci.
Padronanza o inferiorità (età scolare)
È il tempo in cui il bambino impara a gestire le proprie capacità. Se riesce, sviluppa competenza: la certezza di poter affrontare la vita. Quanti tra noi si percepiscono incapaci di affrontare determinate situazioni non per un limite oggettivo ma per un senso di inadeguatezza? Questa è la fortezza che si chiama inferiorità.
Quando ci svalutiamo, non solo svalutiamo noi stessi: svalutiamo Dio. Se lui ha riposto la sua fiducia nell’uomo fino a donargli il proprio Spirito, come può quell’uomo essere inadeguato? Credere di esserlo è un pensiero superbo perché ci reputiamo più di Dio nel giudicare noi stessi.
Identità o confusione (12–18 anni)
L’adolescente è alla ricerca della propria identità. Se la trova, sviluppa fedeltà: la capacità di restare fedele al proprio scopo, di non tradire sé stesso. La fedeltà è una dote innata che si sviluppa con la crescita: una volta che hai capito chi sei, hai la capacità di essere coerente. Se invece l’identità non viene trovata, si installa la confusione — che può protrarsi per anni e rendere impossibile ogni scelta stabile.
Intimità o isolamento (18–30 anni)
Tra i diciotto e i trent’anni, la vita chiede di imparare a vivere in intimità con gli altri. Intimità non è promiscuità: è la capacità di relazionarsi senza difese, senza offese, senza pretese. Se questa capacità si sviluppa, si sperimenta l’amore. Se no, si scivola nell’isolamento.
In questo punto vale la pena ricordare ciò che abbiamo detto a proposito delle sollecitazioni dello spirito in conflitto tra loro. Quando la spinta alla libertà e quella al connettersi non sono in armonia — quando stare in relazione con gli altri sembra sacrificare la propria libertà — il sistema di riferimento interno dice: «meglio da soli». Sono due spinte naturali e legittime, ma in conflitto producono l’opposto del loro obiettivo: isolamento invece di amore.
Creatività o passività (30–60 anni)
Tra i trenta e i sessanta, il centro della scena è la creatività. Non soltanto in senso artistico: il termine copre lo sviluppo di qualsiasi idea, l’espressione del proprio potenziale nella realtà. Quando questa spinta è libera, il suo esito naturale è l’accudimento: si producono idee, iniziative e soluzioni non solo per sé stessi ma per il bene degli altri. La fecondità è sempre orientata verso l’altro.
Quando invece la creatività è soffocata, si installa la passività. E la passività produce egoismo: chi è passivo può prendersi cura degli altri solo per soddisfare i propri bisogni irrisolti, non per amore. La passività produce povertà — non solo materiale — perché blocca l’accudimento amorevole verso gli altri e lascia campo libero all’egoismo.
Integrità o disperazione (60+ anni)
Nell’ultima fase della vita la persona è chiamata a ricomporsi, a riscoprire le parti più antiche di sé come le più vere e autentiche. È il tempo dell’integrità. Se si risolve nella sapienza — la capacità di mantenere fiducia, dignità e un senso rinnovato di libertà — la vita si chiude in pienezza. Se no, si apre alla disperazione, perché la morte si avvicina e sembra non aver trovato niente di solido a cui appoggiarsi.
Si parte dalla speranza e si arriva alla sapienza. Se la speranza è stata sacrificata nella prima infanzia, è difficile arrivare alla sapienza nella vecchiaia. A meno che — nel frattempo — non si facciano esperienze di amore sicuro in cui la fiducia innata possa riprendere il suo posto.
6. La buona notizia: ricominciare nell’amore
La diagnosi che questo schema offre è utile: ci aiuta a capire dove qualcosa è andato storto e dove lo stiamo ancora portando. Ma la notizia più importante non è la diagnosi: è la cura.
In qualsiasi momento della vita — a qualsiasi età, da qualsiasi fase evolutiva irrisolta — se si sperimenta la sicurezza della fiducia e della fedeltà attraverso una relazione autentica, qualcosa si rimette in moto. Le neuroscienze lo confermano: il cervello umano nell’amore apprende nuovi percorsi, nuove sinapsi si formano, nuove autostrade neuronali si aprono. Non importa l’età. Il cervello non smette mai di poter imparare.
Quando il Signore entra nella vita di una persona, è possibile rimettere in moto tutte le forze interiori che erano rimaste bloccate. Si possono rimuovere gli ostacoli di una mente confusa. Si può percorrere finalmente la volontà di Dio e sperimentare l’amore — quello di Dio e quello dei fratelli.
Che cosa blocca lo spirito, che cosa lo dissipa? |
L’egoismo ci blocca: quando la ricerca dei bisogni insoddisfatti attraverso la manipolazione degli altri prende il posto dell’amore, la potenza interiore si inceppa. La superbia lo dissipa: quando il sistema di riferimento è diverso da quello di Dio, la nostra forza si disperde senza trovare direzione. Entrambi hanno la stessa paternità — quella del nemico che ha costruito i suoi piani sulla menzogna fin dall’inizio. |
7. I luoghi della vita di Dio
Tutto questo conduce a un punto che non si può aggirare: l’amore non si sperimenta da soli. L’ambiente in cui le sollecitazioni dello spirito si riaccendono, in cui le crisi evolutive irrisolte trovano una seconda possibilità, in cui la potenza dello Spirito può sgorgare come fiumi d’acqua viva — questo ambiente si chiama comunità. Può essere la famiglia. Può essere la chiesa. Può essere una società fondata sui valori divini e la cultura del regno di Dio.
Gesù disse: «Vi riconosceranno da quanto vi amerete». Non da quanti saranno bravi teologi, non da quanti sapranno fare miracoli — dall’amore. Solo in quell’ambiente fatto di intimità senza difese né offese né pretese le sollecitazioni dello spirito possono tornare a muoversi.
Giovanni scrisse: «Come fai a dire di amare il Dio che non vedi se non ami il fratello che vedi?» La vita di Dio si dimostra nell’amore concreto tra le persone. La testimonianza che Gesù è vivo si vede esattamente qui: che coloro che lo conoscono si amano con l’amore con cui lui li ha amati. È questa la forza della comunità dei credenti. Ed è da questa forza che la buona notizia del regno può arrivare fino agli estremi confini della terra.
Per approfondire |
Rm 12,2 — il rinnovamento della mente come processo continuo |
Gv 7,37–39 — lo Spirito come fiumi di acqua viva |
1 Cor 13,13 — fede, speranza, amore: ciò che rimane |
Gv 13,34–35 — il comandamento dell’amore come segno di riconoscimento |
Ef 4,15–16 — la comunità come corpo che cresce nell’amore |
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