Gennaio 14, 2026

Il quadro grande del Regno di Dio

by Fondazione Cantonuovo in Attualità, Regno di Dio

Cambiare mentalità per vivere per il Re nel suo Regno

Spesso l’annuncio del Vangelo si concentra solo sulla salvezza personale. Così facendo, però, si rischia di perdere di vista il suo contesto più ampio: il Regno di Dio.

Gesù non è venuto soltanto per occuparsi della nostra condizione morale, fisica, finanziaria o psicologica. È venuto prima di tutto per riaprire il suo Regno agli uomini che chiama a far parte della sua famiglia e collaborare responsabilmente con lui.

La salvezza personale è l’atto d’amore, il dono immenso e indispensabile che redime la nostra condizione “decaduta”, ci riconcilia con Dio e rende gli uomini di “buona volontà” (che vogliono essergli fedeli, fidarsi di lui e affidarsi a lui) adatti per il suo Regno.

Un sistema di riferimento diverso

Per noi è difficile pensare alla vita come la penserebbero i cittadini di un regno. Vivere nel Regno significa adottare un sistema di riferimento assoluto che collide con l’egoismo e il relativismo della società moderna.

La nostra società è regolata da dinamiche sociali, economiche e politiche molto diverse. Siamo abituati a eleggere i governanti, a difendere la proprietà privata e a prevalere su chi non la pensa come noi per poter sopravvivere in un ambiente ostile.

In questo contesto diventa normale costruirsi una propria interpretazione della realtà, funzionale alla sopravvivenza personale. Alla base c’è l’egoismo, la paura di soccombere e di perdere il controllo della propria vita.

Da qui nasce l’idea di sviluppare un sistema di giustizia personale che tenga conto dell’amor proprio, possibilmente controllando e manipolando circostanze e persone.

Il risultato è una società frammentata, composta da tanti sistemi di riferimento quanti ne sono gli individui. Questo genera relativismo ed eclettismo, da alcuni impropriamente chiamato anche ecumenismo. Dove tutto va bene, tanto quello che penso io è la verità.

Nel conflitto tra sistemi, uno deve prevalere. E l’individuo lotta pur di non soccombere.

Il sistema di riferimento del Regno

Qual è, allora, il tuo sistema di riferimento?

In un regno assoluto, i cittadini devono assumere il sistema di riferimento del loro sovrano. Solo così possono vedere, interpretare e vivere la realtà come lui.

Nel Regno di Dio, questo non è un obbligo esteriore ma una liberazione: la nostra mente, illuminata dallo Spirito Santo, non desidera più pensarla diversamente dal Re, perché scopre che la sua volontà è la verità che ci rende liberi: nel Regno, il Re è la legge, la giustizia, la fonte delle risorse, la protezione dai nemici

In breve, nel Regno di Dio si soccombe se ci ostiniamo a rimanere separati dalla sua volontà e dal suo governo; non se non si prevale sugli altri.

Dio è il Re assoluto dell’universo, spirituale e terreno. Solo adottando il “modello Gesù” — i suoi principi, valori, pensieri e azioni — possiamo leggere la realtà secondo gli standard di Dio.

Solo così possiamo dare alla vita un senso e una risposta che siano congrui con la nostra identità di Figli di Dio e cittadini del suo Regno.

Cercate prima il Regno e la sua giustizia

Regno e giustizia di Dio sono inseparabili. È questo il cuore di Matteo 6,33 che indica le priorità necessarie per vivere in armonia con il sistema di riferimento di Dio.

Senza questo allineamento nasce un’incompatibilità che rende impossibile restare nel suo Regno.

Facciamo dunque un esame onesto: il nostro sistema di riferimento è compatibile con quello di Gesù?

Il contrasto con il mondo

Il sistema di riferimento di Gesù è in totale contrasto con quello del mondo. Ci libera dall’ansia della vita, imponendo uno standard etico superiore: amare i nemici e agire il bene non per merito, ma perché è la logica naturale di chi dipende interamente dal Re.

In Luca 6, per esempio, Gesù comanda:

  • Amate i vostri nemici.
  • Fate del bene a chi vi odia.
  • Benedite chi vi maledice.
  • Pregate per chi vi perseguita.
  • Offrite l’altra guancia.
  • Non pretendete indietro ciò che vi viene tolto.
  • Prestate senza sperare di riavere.

Il sistema di Gesù non impone di “pensare bene” degli altri, ma porta ad agire il bene verso di loro, con amore.

Quell’amore superiore e divino che è paziente, gentile, umile, altruista, mite, mai smodato, che non invidia, non si vanta, gioisce nella verità e nella giustizia.

In un regno assoluto vivere secondo il modello del Re non serve a sentirsi bravi o a guadagnare crediti o meriti. È semplicemente naturale e logico.

Dà gloria al Re, dal quale i suoi cittadini interamente dipendono ed ai quali le nazioni guardano per vederlo riflesso nel loro modo di vivere.

Il conflitto è inevitabile: il Regno di Dio è in piena collisione con il mondo e quindi con chi gli appartiene che, tuttavia, solo vedendo il contrasto può scegliere consapevolmente l’uno o l’altro sistema di vita.

Regno e religiosità: un conflitto

Questo contrasto coinvolge purtroppo anche molti cristiani, che vivono una vita sdoppiata. Cercano di conciliare Dio con una vita orientata ai propri interessi. Ma questo non funziona.

Il credente “religioso” tenta di obbedire a Dio per compiacerlo o usarlo, cercando, spesso inconsapevolmente, di ottenere ciò di cui pensa di aver bisogno per sopravvivere secondo il suo sistema di riferimento: dal perdono alle risorse; dalle relazioni interpersonali alla protezione.

Così facendo, cerca di conciliare l’inconciliabile e giustificarsi con i propri sforzi.

Le radici della religiosità: una proposta di riflessione

Ma da dove nasce questa confusione?

La nostra tendenza a cercare compromessi e il nostro utile affonda le radici nella religiosità umana, nata dalla separazione da Dio, dopo essere stati allontanati dal giardino dell’Eden.

Dio dimorava con gli uomini che coltivavano e custodivano lo spazio sacro e da Dio ricevevano sapienza per governare la terra che avrebbero dovuto riempire della sua gloria.

Ma a causa della ribellione, l’uomo perse la vita eterna e la presenza dimorante di Dio nello spazio sacro, dove conviveva con gli uomini.

Una volta fuori dall’Eden, la morte e la separazione da Dio portarono gli uomini a fare sacrifici. Come se la ribellione avesse necessitato un costo perché potesse essere restaurato ciò che era stato perduto. Appunto, un “sacrificio”.

Abele aveva fede quando offrì il suo sacrificio e per questa fu giustificato (Eb. 11,4). Aveva fede di poter essere “salvato” dalla morte e di poter tornare nella presenza di Dio, nel suo Regno. Espresse la sua fede sacrificando agnelli, come una figura del sacrificio di Gesù. Propongo di leggere il tentativo di Abele come diretto a riconoscere che la vita è sacra e che una vita deve essere sacrificata per aversi la vita nel Regno di Dio.

Caino invece offrì frutti della terra. Non è menzionata alcuna sua fede nel fare questo. Propongo di leggere il tentativo di Caino come diretto a compiacere Dio per avere la sua benevolenza e sopravvivere in un ambiente ormai diventato ostile. Del cibo deve essere sacrificato per avere … cibo. Cose, non vita.

Il cuore di questa distinzione è il contrasto tra il sacrificio di Abele e quello di Caino: Abele offrì con fede, riconoscendo la sacralità della vita; Caino offrì per compiacere Dio utilitariamente. Dio gradì il sacrificio di Abele, ma non quello di Caino.

Ne deriva che un sacrificio non può essere offerto senza la fede nella restaurazione del Regno eterno di Dio. Il sacrificio gradito a Dio non può essere materialmente utilitaristico. Né dettato dalla paura di soccombere nella vita e dalla necessità di ricorrere al potere soprannaturale di Dio per “convincerlo” a provvedere il necessario per la sussistenza.

Questa è la radice della religiosità, manipolatoria, che cerca di corrompere Dio con sacrifici personali:

“Cerco di fare qualcosa che sia per me un sacrificio, di sostenere un costo personale e privarmi di qualcosa di valore per piacere a Dio o ripagarlo; cerco di fare bene le cose che penso possano ingraziarmi Dio: se io gli do qualcosa o faccio il bravo, lui certamente si interesserà a me e mi darà ciò di cui ho bisogno”.

Questa mentalità religiosa può manifestare tra cristiani atteggiamenti come: “Farò il bravo, darò denaro, digiunerò, pregherò di più”, con la speranza che, in cambio, Dio non negherà aiuto.

Il problema non risiede certo nella giusta moralità, nella preghiera o nell’offerta in sé, segni della fede, ma nel cuore manipolatorio di chi li usa per ‘comprare’ Dio. Un tale sacrificio instaura un rapporto utilitaristico e manipolatorio, come se Dio potesse interessarsi agli uomini solo se corrotto con sacrifici. In ultima analisi, una tale motivazione è identica a quella di chi, in ogni cultura, antica o moderna, ha adorato o adora altri dèi: fare qualcosa – e farla ritualisticamente bene – per ottenere qualcosa in cambio dal “dio di turno” che ha il potere soprannaturale di darmela.

Cambiare mentalità

Gesù, chiamato da Giovanni l’agnello di Dio, ha offerto la sua vita per darci la vita. Il suo sacrificio ha rimosso la barriera tra Dio e l’uomo. Il velo del tempio si è squarciato, la via per tornare alla presenza di Dio è stata riaperta, ci è stata ridata la vita, quella di risurrezione, che ha il potere di vincere la morte.

Dio poteva così tornare a regnare sugli uomini: chiunque diventasse fedele a Gesù, poteva entrare nel Regno di Dio ed esserne parte per adozione a figlio.

Le prime parole pubbliche di Gesù chiariscono il punto:

“Cambiate mentalità (metanoia), perché il Regno di Dio si è avvicinato” (Mt 4,17).

Molti traducono la parola “cambiate mentalità”, che in greco è “metanoia”, con pentitevi. Ma “metanoia” ha un significato più ampio del semplice pentimento per i propri peccati.  Significa essenzialmente cambiare radicalmente modo di pensare e di vivere, che ovviamente comprende anche il pentimento.

Solo così diventa normale e logico pregare per un nemico, desiderare il suo bene e fare di tutto per farglielo.

Cambiare mentalità significa tornare a Dio con tutto noi stessi, per vedere la vita con i suoi occhi e collaborare con lui affinchè sulla terra fiorisca la vita a sua gloria. Questo è necessario per amare Dio (cfr. Mt. 22,37-38).

Nel Regno dei Cieli non si cerca di sopravvivere avendo le cose.

È il Re che si prende cura dei bisogni dei suoi cittadini (Sl. 23,1) per amore del suo nome e per amore nostro (Mt 6,33).

Nel Regno dei Cieli, piuttosto, si vuole collaborare responsabilmente col Re, affinchè il suo regno si espanda di cuore in cuore e il territorio conquistato diventi dominio del Grande Sovrano, l’inarrivabile, insuperabile e invincibile Signore Gesù Cristo, che è Dio, l’Altissimo (cfr. Mt. 28, 19-20).

La buona notizia del Regno

Venuto sulla terra in forma umana, sacrificando se stesso sulla croce, risorgendo dai morti e sedendosi sul trono nel cielo, Gesù Cristo ha invertito le tre grandi ribellioni avvenute per iniziativa dei principati, delle potenze, dei dominatori di questo mondo di tenebre, delle forze del male della dimensione spirituale (Ef. 6,12), con l’adesione degli uomini egoisti e superbi.

Dove c’era stata separazione da Dio e morte (Gen. 3), Gesù ha riportato l’uomo nella presenza di Dio e all’uomo la vita eterna.

Dove l’escalation della perversione aveva portato gli uomini a concepire continuamente solo il male (Gen. 6), lo Spirito Santo ha portato un cuore nuovo incline al bene e capace di fare la volontà di Dio.

Dove c’era stata la divisione e la dispersione della famiglia umana che ha finito per adorare altri dei, Gesù si è seduto sul trono del cielo come il Re di tutte le nazioni e lo Spirito Santo guida la chiesa nel compimento della grande missione del Messia: riportare tutte le nazioni sotto il suo governo sovrano nel suo Regno incrollabile (Mt. 28,18-20; At. 1, 8).

Questa è la buona notizia: il Regno dei cieli è a portata di mano!

Non servono più sacrifici per riunirsi a Dio, essere ammessi alla sua presenza, avere la vita eterna, poter fare il bene e collaborare con lui nell’esecuzione della sua volontà.

La via è aperta.

La vita è stata restituita.

La verità è stata dimostrata.

Chi appartiene al Regno è fedele al suo Re, da lui dipende e per lui vive.

La religione continua a esistere solo perché questa la buona notizia del Regno di Dio è spesso sconosciuta o distorta.

Vivere da cittadini del Regno

Il nostro compito è annunciare il Regno di Dio e, sorretti e guidati dallo Spirito Santo, per suo conto e portando la sua immagine, essere buoni amministratori della creazione. Non è un’opera della nostra forza, ma il risultato del suo Spirito che agisce in noi. Un cittadino del Regno vive sapendo che Dio è con lui e che ovunque si trovi rappresenta il Re per portare l’ordine divino nel mondo che giace sotto il potere del maligno, dove regna il caos, diffondendo la gloria e la conoscenza di Dio.

Come possiamo mai essere ancora compatibili con la vecchia mentalità della sopravvivenza in un mondo nemico e grazie ai nostri sforzi?

Se lavoriamo solo per il denaro, non abbiamo ancora cambiato mentalità.

Un cittadino del Regno lavora sapendo che Dio è con lui e che ovunque si trovi rappresenta il Re. Porta ordine secondo la sapienza divina e fa la differenza.

Siamo ambasciatori del Re e suoi sacerdoti regali, chiamati a far prosperare la vita a gloria di Dio perché si espanda la conoscenza di lui tra gli uomini di ogni nazione.

Il Regno è vivo e richiede responsabilità.

Basta con la passività e la mediocrità.

Basta con l’egoismo.

Basta con la giustizia personale.

Basta con l’amor proprio.

Ogni ambito della vita — lavoro, famiglia, genitorialità — è un luogo dove manifestare il Regno.

Sono con voi

Dio è il Re e si prende cura di noi.

Non per magia, ma perché siamo suoi figli, cittadini del suo Regno e suoi rappresentanti sulla terra.

Gesù lo ha detto chiaramente:

Non preoccupatevi … non state in ansia per la vita … non cercate le cose per vivere … la vita vale più delle cose…“Cercate prima il Regno e la sua giustizia e tutto il resto vi sarà dato in aggiunta” (Mt 6,33).

Per vivere appieno la vita del Regno di Dio occorre comprendere la natura della religione e dirle: “Non ti voglio più. Voglio vivere fedelmente per Dio e svolgere la missione che mi ha dato”.

Il Regno dei Cieli funziona.

E’ un sistema superiore ad ogni altro perché il suo re è l’Altissimo, al di sopra di ogni essere spirituale o umano.

La via è aperta.

Ciascuno di noi è la speranza che questo messaggio sia reso visibile e sia data testimonianza di Gesù il Re a ogni persona che incontriamo.

Viviamo dunque per la gloria di Dio.

Lasciamo che lo Spirito Santo trasformi il nostro cuore.

Adottiamo il sistema di riferimento di Gesù.

E rendiamo visibile il Regno, ovunque siamo.

Maurizio Tiezzi