Quante volte hai invocato la giustizia di Dio. Quante volte ti sei lamentato di come va il mondo, perfino incolpando Dio di non fare giustizia, mentre i cattivi prosperano indisturbati ed i poveri e gli indifesi subiscono ogni sorta di sopruso, privazione e violenza. Il fatto è che resti confuso solo perché non comprendi come funziona il regno di Dio. Specialmente in un ambito come quello della giustizia, al quale tutti siamo sensibili ed attenti.
Prima di tutto devi considerare che il piano di Dio è sempre stato quello di estendere sulla terra il suo regno celeste attraverso e per mezzo dei suoi figli. Per rendere effettivo il potere dato agli uomini di colonizzare il pianeta con la cultura del cielo, Dio ha delegato all’uomo l’esercizio della sua propria autorità sulla terra. Il secondo punto è che Gesù ha dato chiare direttive da seguire nell’esercitare la delega in tema di giustizia. Ha detto di amare i propri nemici, di pregare per quelli che ci perseguitano, di perdonare i nostri offensori, di porgere l’altra guancia, di non opporci al malvagio, di non fare agli altri quello che non vorremmo fosse fatto a noi, di amarci gli uni gli altri come lui ci ha amati, dando tutto noi stessi incondizionatamente e gratuitamente agli altri perché possano dare il meglio di sè, di non giudicare, di non condannare, di rinnegare noi stessi, la nostra vita per il suo nome, al fine di salvarla.
Che parlare strano! A prima vista pare un insegnamento insensato e privo di praticità alcuna. Sembra un inno alla debolezza ed un invito a sentirci più “santi” nel farci calpestare dagli altri, rinunciando ad essere chi siamo. In realtà, una tale chiave di lettura è tipico della religione, ma non del regno dei cieli. Intanto, c’è solo un caso in cui Gesù dice che siamo da calpestare. Ed è quando perdiamo il sapore, quando accettiamo il compromesso e rinunciamo alla cultura del nostro regno a favore di quella del mondo.
Ed allora, perché Gesù invita a tenere un comportamento così strano? Che insegnamento è mai questo? Consiste nel farci vedere le cose secondo il piano di Dio e la sua strategia per metterlo in atto. Veniamo allora al dunque: dato che l’uomo è l’autorità delegata dal Re del cielo sulla terra, ove uno subisca un torto e decida di farsi giustizia da solo, semplicemente giudicando, criticando o odiando chi lo ha offeso, ha speso la delega, ma non per eseguire le politiche stabilite in patria dal Re, bensì per risolvere le cose secondo le proprie aspettative, soddisfacendo un senso di giustizia del tutto personale che prescinde da quella del governo delegante. Dio, che ha dato la delega, rispetta il delegato che ha agito nella sua libertà di scelta e, in qualche modo, accetta di essere privato della giurisdizione sulla questione concreta. In altre parole, il cielo interviene ed influenza le situazioni sulla terra quanto l’autorità delegata sul pianeta rinuncia a soddisfare proprie “private” esigenze di giustizia a favore di quelle del governo delegante del cielo. Dio ci chiede di non metterci di mezzo, ma di essere canali della sua giustizia, dato che i cittadini del regno dei cieli sono diventati strumenti di giustizia per Dio e non per loro stessi. Quando dunque perdoni, agli occhi del mondo appari debole, ma in realtà stai spendendo bene la delega, consentendo a Dio di intervenire applicando la sua giustizia tramite noi, il diritto al caso concreto secondo la verità.
Noi potremmo applicare solo il diritto stabilito dagli uomini o quello tutto naturale, tendente a garantire la nostra sopravvivenza anche a costo di eliminare ostacoli e persone. Perciò il Signore ci chiede di amare e perdonare i nostri nemici e debitori, affinché sia liberato in noi quel canale di influenza che dal cielo può impattare la terra e che altrimenti sarebbe ostruito dalla nostra giustizia personale, che, peraltro, Dio ha scelto di rispettare. Il problema non è che Dio non può intervenire. Dio è onnipotente. Il fatto è invece che ha scelto di delegare a noi il governo del pianeta e di rispettare le nostre scelte.
Il perdono e in generale l’amore per i nemici è il più efficace atto di amministrazione della giustizia che l’uomo possa esercitare sulla terra. Ciò permette a Dio di intervenire e di fare giustizia egli stesso. Dio vuole che il peccatore si converta e viva, non che muoia. Vuole liberarci dall’influenza delle forze delle tenebre. Vuole regolare i casi concreti della vita applicando agli stessi la sua legge, i suoi decreti, il diritto che egli stesso ha stabilito e vuole farlo sulla base della verità. E Gesù ha detto “io sono … la verità”. Diversamente, quando facciamo ricorso alla nostra giustizia, Dio difetta di giurisdizione. E così si crea sul pianeta il terreno e l’ambiente corrotto favorevole al sopruso, alla violenza, alle privazioni.
Pensa che, secondo il sistema italiano, in alcuni casi è possibile rinunciare a chiedere l’intervento del giudice, potendo scegliere di “compromettere” la fattispecie delegando ad un sistema di giustizia privata il potere di decidere e fare giustizia. Si chiama arbitrato. E quando si sceglie l’arbitrato, il giudice “pubblico”, quello preposto per legge a decidere, non ha giurisdizione, cioè è privato del suo potere di intervenire e regolare il caso in esame secondo la legge. La giustizia privata è sempre frutto di un compromesso, che altro non è che una consapevole scelta di privare lo stato della sua giurisdizione.
Non compromettere mai. Lascia vuoto il canale di influenza, spendi la delega per essere strumento di giustizia per Dio e non per te stesso. Di Gesù era stato detto che grande sarebbe stato il suo dominio, che la pace non avrebbe avuto fine sul regno che sarebbe venuto a rafforzare con il diritto e la giustizia (Is 9,6). E sappiamo che quando misericordia e verità s’incontrano, la giustizia bacia la pace (S 85,11).
Pubblicato sulla rivista “Miriam” 4/2009