Riscoprire l’identità nel suo dinamismo funzionale
Una realtà spirituale impressa
Ogni uomo nasce portando in sé, incisa nel proprio essere fin dal concepimento, l’immagine di Dio. Non un’idea astratta, non un simbolo, ma una realtà spirituale impressa nella struttura stessa dell’umanità. Questa immagine si è manifestata pienamente nella storia nell’uomo Gesù, il Figlio dell’Altissimo. Non si tratta di un riflesso imperfetto, come in uno specchio deformato, ma dell’immagine originaria, quella voluta dal Creatore, impressa come un marchio di fabbrica nell’essere umano.
Qui si trova la chiave della nostra identità e, allo stesso tempo, del cammino attraverso cui è chiamata a manifestarsi sulla terra. L’identità dell’uomo non è qualcosa da costruire, ma una verità ontologica e funzionale da riconoscere nello “specchio” di Gesù Cristo.
Molti cercano in Dio un completamento per le proprie mancanze (dipendenza passiva), mentre la vera relazione con Dio attiva un processo di auto-riconoscimento.
Nella sua condizione naturale, tuttavia, l’essere umano vive spesso all’interno di dinamiche di dipendenza profonda. Si aggrappa agli altri, proietta su di essi aspettative, cerca fuori di sé ciò che percepisce come mancante dentro. Questa identificazione simbiotica è alla radice di ogni forma di idolatria. Quando l’uomo non sa chi è, idealizza persone, relazioni, ruoli, beni, poteri o situazioni, attribuendo loro il compito di colmare una mancanza che in realtà riguarda la sua identità.
Così facendo, l’uomo finisce per delegare la propria vita. Spesso inconsapevolmente, rinuncia così a viverla e la riduce a una strategia di sopravvivenza. Non governa più, ma reagisce. Non porta frutto, ma cerca appigli. Questa dinamica, quando viene trasferita nel rapporto con Dio, genera una religiosità malata e si nutre di pensiero magico.
Accade quando l’uomo si pone davanti a Dio dicendo: “Fa’ Tu, perché io non sono capace”. È una forma sottile di rinuncia alla responsabilità. In questo atteggiamento non c’è collaborazione, ma delega; non c’è alleanza, ma dipendenza passiva. Dove domina la passività, il regno di Dio non è in azione, perché il Regno non è mai inattivo. Il Regno è partecipazione, è corresponsabilità, è comunione di volontà e di azione tra Dio e l’uomo.
L’uomo è stato creato per portare l’immagine di Dio nel mondo secondo il principio della responsabilità delegata. Dio regna attraverso l’uomo. Per questo chi chiede soltanto “dammi” dimentica di essere stato creato per “portare” frutto. Un melo non chiede mele, ma le produce per natura.
All’opposto dell’identificazione simbiotica si colloca l’identificazione identitaria. Essa si attiva quando non cerco Gesù per completarmi, ma per riconoscermi. Quando non mi avvicino a Lui per ottenere ciò che mi manca, ma per scoprire chi sono e vivere di conseguenza. “A sua immagine lo creò” (Gen. 1,27) non è un’affermazione simbolica: è strutturale. Gesù è il modello originario a cui ogni uomo è destinato a conformarsi, non attraverso un’imitazione esteriore, ma mediante una rivelazione interiore.
Il processo di auto riconoscimento
In Cristo, Dio non si limita a visitarci. Si immedesima in noi, affinché noi possiamo riconoscerci in Lui.
La fede, allora, non è adesione a un’idea né accettazione di un sistema dottrinale. Conduce a un processo fedele di auto riconoscimento. Lo Spirito Santo è il mediatore di questo cammino. Egli non cambia la nostra identità: la rivela. La fa emergere, la accompagna “di gloria in gloria” (2Cor. 3,18), fino a quando la consapevolezza coincide con la realtà vissuta. “Quelli che Egli ha preconosciuti, li ha anche predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo” (Rom. 8,29). La predestinazione non è un destino imposto, ma uno stato originario che lo Spirito Santo ci invita e aiuta a vivere consapevolmente.
Per questo la vita del credente non è un’attesa passiva dell’intervento di Dio, ma una collaborazione attiva affinché la sua gloria sia manifestata nel mondo.
Lo Spirito Santo non agisce al posto nostro, ma rivela la nostra autorità delegata; noi non siamo sudditi distanti, ma familiari che esercitano la rappresentanza del Padre.
Questo è il principio dell’incarnazione continua del “Dio con noi” (Is 7,14). Dio non cerca automi che eseguano ordini, ma figli che facciano la sua volontà sulla terra.
I figli di Dio sono ambasciatori del vangelo del Regno e amministratori della sua multiforme grazia (1Pt. 4,10). “A quanti lo hanno accolto ha dato l’autorità di diventare figli di Dio” (Gv. 1,12). L’autorità di rappresentare Dio che deriva dal portarne l’immagine. È la capacità di rendere visibile Dio nel mondo, secondo la sua sapienza, portando ordine dove c’è disordine, vita dove c’è morte, riconciliazione dove c’è frattura.
Il Re affida il suo regno ai suoi familiari, non agli estranei. Dio delega i suoi figli a governare con Lui ed esercitare sulla terra i suoi attributi: amore, perdono, misericordia, umiltà. Ogni virtù umana è un attributo divino reso operativo dallo Spirito Santo in chi gli è fedele. Quando viviamo secondo l’immagine del Figlio, lo Spirito opera liberamente perché la nostra volontà è allineata alla sua.
In questo riconoscimento reciproco si compie la nostra regalità. “L’hai coronato di gloria e d’onore” (Sal. 8,6). L’uomo rigenerato non chiede più a Dio di fare per lui, ma consente a Dio di agire in lui e, con lui, per gli scopi del Regno e per il bene degli altri. Qui emerge la differenza tra sterile religiosità e figliolanza: la prima cerca protezione utilitaristica; la seconda esercita rappresentanza.
Gesù, interrogato sul tributo, disse: “Date a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio” (Mt. 22,21). L’immagine impressa sul denaro appartiene a Cesare; l’immagine impressa sull’uomo appartiene a Dio. Ogni volta che viviamo, amiamo, perdoniamo e amministriamo la vita secondo lo Spirito Santo, restituiamo a Dio ciò che è suo: la nostra vita e la sua immagine che portiamo su di noi. La vita cristiana è dunque la restituzione a Dio della Sua immagine, amministrando ogni virtù (per esempio l’amore, il perdono) come attributi divini resi operativi in noi.
La consapevolezza dell’appartenenza
Essere conformi all’immagine del Figlio significa vivere con la consapevolezza dell’appartenenza. Non si tratta di avvicinarsi a un Dio distante da supplicare o convincere, ma di rappresentare un Padre vicino. Non si tratta di costruire un’identità, ma di riconoscere una pienezza identitaria innata.
Quando lo Spirito di Dio abita in noi, ogni aspetto della vita diventa parte di questo processo di riconoscimento che si svela continuamente. Anche le difficoltà, le prove e le debolezze diventano luoghi di rivelazione. In ogni situazione, passo dopo passo, scopriamo chi siamo realmente: figli nel Figlio, immagini viventi di Colui che si è fatto uomo per rivelarci il volto del Padre, secondo l’azione fedele dello Spirito Santo.
Maurizio Tiezzi