Aprile 18, 2026

Il permesso di volare alto

La fede nella risurrezione come sfida al cinismo difensivo moderno

La mattina della domenica di risurrezione non rappresenta soltanto un evento cronologico o un dogma da difendere; segna, piuttosto, l’inizio di una crisi profonda e radicale per il cuore umano. È un momento che parla direttamente al nostro disagio attuale, risuonando con i sintomi dell’ansia contemporanea, della depressione e di quel senso di isolamento che spesso ci attanaglia. Il Vangelo di Giovanni ci racconta che Gesù, appena risorto, sceglie di apparire per prima a Maria Maddalena, una donna dalla storia complessa e tormentata, dalla quale erano stati scacciati sette demoni. In lei possiamo scorgere un riflesso immediato delle nostre moderne battaglie contro l’ansia sociale e lo stigma di chi si sente frammentato interiormente. È lei la prima aralda dell’annuncio della risurrezione, colei che corre ad annunciare la vita a chi, invece, era immerso nel cordoglio e nella paura. Ma proprio qui inciampiamo nel primo, grande scoglio: l’incredulità. Coloro che avevano vissuto tre anni con il maestro, udendo che Egli viveva, non le credettero.

Questo rifiuto non è un semplice dettaglio marginale, ma il fulcro di una riflessione che scuote ancora oggi le fondamenta della nostra esistenza: perché facciamo così tanta fatica a credere al soprannaturale, anche quando ci viene testimoniato? Per comprendere questa resistenza, possiamo guardare oltre il linguaggio teologico biblico o tradizionale e provare a chiamare le cose con nomi di uso moderno oggi comune. Quella che Gesù definisce “durezza di cuore” può essere paragonata a una forma di cinismo o di scetticismo difensivo. Sotto questa scorza batte spesso il cuore di chi è ferito: i discepoli erano uomini e donne traumatizzati, delusi e assaliti dal senso di colpa, la cui incredulità fungeva da scudo protettivo contro la paura di illudersi di nuovo, o di venire imprigionati e forse uccisi da giudei o romani, o di dover affrontare la propria colpa e vergogna per aver abbandonato Gesù.

La prigione del razionalismo e il coraggio di volare alto

Dopo Maria Maddalena, Gesù appare in modo diverso a due discepoli che andavano ai campi. Anche loro corrono ad annunciarlo agli altri, a quelli che per paura erano ancora chiusi in una stanza. Questa stanza sbarrata non è solo un luogo storico, ma sembra anche lo specchio fedele dell’isolamento depressivo moderno, dove ci chiudiamo a chiave per timore del giudizio esterno, delle rappresaglie del mondo e del peso della nostra stessa coscienza. Quando infine Gesù appare agli apostoli mentre sono a tavola, li rimprovera per la loro incredulità.

La loro è una reazione quasi giustificabile: come si può credere a una notizia così dirompente sulla parola di una donna, peraltro dal passato difficile o di due lavoratori anonimi che tornano dai campi? Eppure, Gesù definisce questa resistenza come una colpa. La nostra tendenza a rendere tutto “naturale”, a voler contenere ogni cosa entro i limiti della ragione terrena, diventa la prigione dell’umana spinta a trascendere, anche se protegge da ciò che non potremmo controllare. Giustifichiamo la nostra incredulità per rimanere su un livello materiale che ci dà sicurezza, ma rischiamo di perdere i “treni” che Dio ci manda, quelle occasioni in cui il soprannaturale attraversa la nostra cronaca. Questi “treni” a volte arrivano come tuoni fragorosi di eventi che vanno oltre l’ordinaria naturalità; altre volte invece sono mimetizzati nella normalità del quotidiano: un incontro imprevisto, un’intuizione che ci attraversa la mente o una sottile speranza che si apre proprio quando tutto sembrava perduto. Intercettare questi segnali non richiede una dote mistica speciale riservata a pochi, ma nasce semplicemente dalla decisione ferma di non giustificare più la propria cecità e di mettere fede in Dio e accettare che i suoi pensieri diventino i nostri.

Rimanere “bassi” ci protegge dall’impossibile, ci dà l’illusione della sicurezza, ci permette di evitare ciò che è scomodo, ma ci impedisce di volare alto. Dio desidera visitarci e per farlo ci chiede di darci il permesso di aspettarci l’imprevedibile nel mezzo della nostra quotidianità. Senza questa apertura, nel “tran-tran” delle occupazioni e delle fatiche, finiamo per fermarci a un livello inferiore, bloccati in un’esistenza che può escludere Dio a priori.

L’anatomia della consapevolezza apre un ponte verso il divino

Come possiamo rompere questo schema di difesa? Il primo passo è la disponibilità ad aprire gli occhi su ciò che accade ogni giorno. Dio ci parla costantemente e ci incontra in ogni istante della nostra vita attuale, terrena. Per intercettare la voce di Dio, ci aiuta un esercizio di attenzione: fermarsi e “pensare a quello che stiamo pensando” per averne consapevolezza profonda e valutare se è allineato ai pensieri di Dio e decidere se continuare a metterci fede. Non si tratta di una semplice tecnica per calmare lo stress. È, piuttosto, un atto di volontà e di attenzione che ci aiuta ad accorgersi dei propri pensieri, delle proprie emozioni e dinamiche interiori, di quelle barriere difensive che innalziamo per non soffrire o soccombere. E’ il primo passo per fare spazio al mistero della fedeltà verso Dio.

E’ proprio qui che inizia un processo e per descriverlo possiamo usare una metafora: la consapevolezza serve a vedere che la stanza della nostra mente è occupata dai pesanti mobili dei nostri pensieri automatici e copionali. La psicologia, da sola, offre la possibilità di ricercare e avere questa consapevolezza, ma non può offrire alternative per arredare la stanza altrimenti. È proprio quando le corazze sono viste, che si crea la possibilità di darci il permesso di pensare pensieri diversi, in linea con quello che dice Dio e metterci fede, cioè essere fedeli a questi nuovi pensieri. È fondamentale sottolineare che possiamo considerare questo momento di sospensione (riconosco i pensieri automatici) non come una sconfitta o un deserto arido, ma come uno “spazio sacro” e il prerequisito indispensabile affinché l’azione divina possa innestarsi nella nostra mente: se penso nuovi pensieri secondo Dio, li scelgo e ci metto fede, lì incontro lo Spirito Santo che mi dà consiglio sul “come” fare.

Possiamo non temere questo spazio: è la fessura necessaria attraverso cui la grazia può finalmente agire. È il punto esatto in cui la logicità del metafisico può iniziare a prendere il posto delle nostre terrene vecchie e rodate autostrade sinaptiche.

Riconoscendo che i nostri pensieri cinici sono falsi, permettiamo alla nostra anima (o spirito), connessa con lo Spirito Santo, di occupare quello spazio con pensieri santi, nobili e giusti. È qui che si inserisce l’azione divina in collaborazione con il nostro uomo interiore che prende il controllo e ciò che è metafisico, su cui possiamo spostare la nostra fede, diventa logico. Essere presenti a sé stessi in modo diverso significa uscire dall’automatismo del “razionalismo reattivo” e permetterci di imparare a essere rinnovati nello spirito della nostra mente.

La spiritualità diventa così il completamento logico della psicologia e della biologia, non un suo rimpiazzo irrazionale. L’abbandono fedele e fiducioso all’azione soprannaturale di Dio diviene espressione di fedeltà verso colui che è risorto: Gesù. Si tratta di scorgere il soprannaturale che avviene dentro il naturale e di metterci la nostra fede. Per gli antichi, compresi gli ebrei, era la situazione standard. Per loro tutto ciò che avveniva nel naturale era frutto dell’intervento e disposizione di Dio o degli “dei” di turno. Per gli uomini moderni sarebbe una disposizione del cuore che decida di non giustificare più la propria cecità. Solo così possiamo smettere di guardare a Maria Maddalena come a una figura poco credibile (peraltro, che fosse una prostituta non è assolutamente supportato dai testi) e iniziare a vederla come il modello di chi ha occhi per vedere la vita dove gli altri vedono solo morte,  colpa per gli sbagli passati o delusione per i sogni infranti. La sua capacità di vedere il Risorto nasce proprio dal coraggio di smettere di fissare la propria “morte” interiore per il dolore (e forse anche per il marchio dei suoi sette demoni), per volgere lo sguardo verso la vita che è presente e la chiama per nome. Questo cambiamento avviene perché risponde a una voce reale che irrompe nel naturale; il passaggio non è un salto irrazionale, ma la transizione dalla logica del razionalismo a quella superiore della risurrezione, permettendosi di pensare diversamente e di restare fedele ai nuovi e diversi pensieri.

L’azione dello Spirito Santo è il motore del rinnovamento

Per superare la nostra debolezza, Gesù ci ha promesso lo Spirito Santo. La sua presenza in noi non è un’influenza vaga, ma una realtà che tocca gli elementi concreti e materialo della nostra vita. È lo Spirito di Dio che ci dà la chiarezza necessaria per non giustificare più la nostra incredulità e testimoniare al mondo che Gesù è il Re che regna oggi, che ha compiuto prodigi e che esiste un’alternativa reale all’ansia e al buio. E’ la stessa alternativa soprannaturale e divina che ci è stata offerta da chi a noi e prima di noi ha dato testimonianza che Gesù è risorto dai morti. Possiamo sperimentare e riconoscere che Gesù è Dio che con la sua risurrezione ha lanciato la nuova creazione. Possiamo pertanto fedelmente dire a chi ci è possibile che la nuova creazione ha già fatto irruzione nella nostra storia. Questo permetterà anche ad altri di potersi aprire alla stessa prospettiva.

Aspettiamoci che Gesù risorto entri attraverso le porte chiuse

Siamo chiamati a un esame di coscienza profondo: vogliamo continuare a vivere a un livello basso, giustificando la nostra mancanza di fede con la scusa della razionalità, o vogliamo darci il permesso di volare alto? Ricordiamo i protagonisti di quella domenica mattina a Gerusalemme: Maria Maddalena, con il suo passato difficile e i due contadini anonimi che tornavano dal lavoro nei campi. Lo Spirito Santo non cerca “supereroi” spirituali, ma fedeli discepoli del Signore che vogliono andare oltre le loro paure e la banalità della vita quotidiana per abbracciare la meraviglia di una vita straordinaria soprannaturalmente naturale.

Ricordiamo gli apostoli, chiusi in quella stanza, paralizzati dal timore, dalla colpa e dalla delusione. Quella stanza sigillata, dove spesso ci proteggiamo perfino da Dio con strategie di sopravvivenza, può oggi essere il luogo esistenziale dove si consuma la nostra ansia sociale, o il senso di isolamento e la paura del giudizio. L’azione dello Spirito Santo non ignora il nostro vissuto, ma se lo vogliamo prende l’iniziativa ed entra proprio dove ci eravamo rinchiusi, per aprirci a nuove prospettive di vita.

La potenza della risurrezione di Gesù

La potenza della risurrezione è disponibile già in questo preciso istante sotto forme speculari alle situazioni dei protagonisti biblici. La forza di affrontare il pregiudizio degli altri o il marchio dello stigma sociale richiede la stessa potenza spirituale che trasformò Maria Maddalena. È la forza divina di alzarsi dal letto quando il peso della depressione sembra schiacciarci o il coraggio di uscire di casa dopo mesi di isolamento. Se spieghiamo che non cedere al cinismo è un frammento pratico di quella grande risurrezione, allora la buona notizia del regno di Dio diventa un’urgenza vitale per ogni generazione.

Chiediamo la grazia di aspettarci e riconoscere le tracce del Risorto nella quotidianità della nostra giornata, di metterci fede e collaborare fedelmente con lo Spirito di Dio perché altri possano accettarne l’esperienza.

La risurrezione è un processo iniziato: non aspettiamo domani per crederci; iniziamo oggi, anche nelle piccole cose, a ricevere e dare prova che Gesù è vivo.

Siamo chiamati a sperimentare la soprannaturalità divina e fedelmente vivere  la piena consapevolezza della sua azione in noi e attraverso di noi. Questo non può essere uno sforzo morale o un dovere religioso, ma l’atto naturale di abitare una dimensione che ci appartiene già e in cui siamo chiamati semplicemente a riposare: cioè a fare quello che Gesù dice, come fedeli collaboratori che eseguono la sua volontà sulla terra.

Non è un dovere per diventare qualcosa, ma la conseguenza spontanea di chi ha già scoperto di appartenere alla nuova creazione.

La nostra fedeltà a Dio, che è l’unica risposta funzionale alla grazia, ci consente già ora di vedere l’invisibile, fare l’impossibile e credere l’incredibile.

Maurizio Tiezzi